| Giorgio Fontana, la legge, Milano |
| di Nicola Villa |
|
Il terzo romanzo del trentenne Giorgio Fontana, dopo Buoni propositi per l’anno nuovo (Mondadori 2007) e Novalis (Marsilio 2008), uscito nello stesso anno del suo saggio sull’Italia berlusconiana La velocità del buio (Zona), segna la maturazione di questo giovane scrittore sia per la scelta di affrontare un tema serio e non scontato, come il divario tra legge e giustizia, che per la capacità di cucire addosso a questo forte tema una veste di racconto misurata ed esemplare. Prima ancora che per il suo contenuto, in effetti, Per legge superiore (Sellerio) colpisce per la qualità di uno stile solido e sobrio, che non disdegna la bella pagina, e per la totale assenza di qualsiasi scorciatoia narrativa da pescare nel genere o nel cinema per ammorbidire il lettore: è un romanzo che ci parla dell’oggi in cui l’inchiesta sociale si fa morale, in cui si fa volentieri a meno della trama e dei suoi eroi, della loro pesante zavorra autoreferenziale.
Fontana ha scritto un thriller morale che sfugge dal genere, un giallo freddo che infrange radicalmente le regole del noir stesso in cui l’assenza di una trama fa il paio con quella di uno scioglimento dei fatti esterno, poiché in esso tutto il cambiamento è interno e riguarda la coscienza dei personaggi. E non è una contraddizione che il racconto di personaggi a-tutto-tondo ricordi l’abilità, quasi artigianale, di alcuni maestri del genere come il neo ottuagenario Le Carrè: ad esempio la giornalista free lance post-ideologica di Per legge superiore ricorda molto la giovane attivista avvocato di Yssa il buono. Ma al di là di questo è l’abilità delle descrizioni di contesto a impressionare, la rapidità di descrizione di uno spazio, della sua antropologia e dell’influenza che pesa sui comportamenti e gli individui. Non a caso si avverte l’impressione che quello di Fontana sia un libro prima di tutto su Milano – una città innalzata quasi a livello di entità – la capitale amorale d’Italia, la Milano da bere degli aperitivi e della volgarità, dei soldi e della ricca borghesia, al cui centro vi è proprio il Palazzo di Giustizia, descritto in maniera magistrale come più che un simbolo di potere precario e faticosamente allacciato alla realtà “il catafascio accumulato sotto un catafascio perenne (…) formicolante e in eterno crollo, ma che non crollava mai”, il cui contraltare misero è la galassia vitale che orbita intorno a via Padova, il mondo del nuovo proletariato degli immigrati. In questa Milano chi fa il suo dovere e vive la sua esistenza cosiddetta felice è il magistrato Doni, sessantatreenne sostituto procuratore della Repubblica, con una moglie amorevole e ragionevole e una figlia lontana per necessità di studio e lavoro con la quale i rapporti sono, da parte della ragazza, ormai piuttosto freddi; è un normale funzionario di idee moderate che conta nel passato una ferita (l’uccisione di un suo amico e collega da parte delle Br durante gli anni di piombo) e un apice di schieramento e sbilanciamento (la pubblicazione di un articolo in morte di Paolo Borsellino sulla prima pagina di un giornale locale), ed è intanto in attesa per l’immediato futuro dell’assegnazione di un posto in una sonnolenta procura di provincia. Affrontando un caso di routine in cui è incriminato un muratore tunisino per una rapina finita male, la cui conseguenza – una ragazza paralitica sulla sedia a rotelle – ha infiammato l’opinione pubblica, Doni viene contattato da una giovane e determinata giornalista free lance che gli istilla il dubbio che i fatti dell’istruttoria non siano andati nel modo più scontato e ovvio: forse l’accusato non era neanche presente all’aggressione, forse sta coprendo un amico più disgraziato di lui, forse la realtà è molto più complessa di quanto sembri. Il sospetto che il processo sia fondato su un errore comincia a erodere le convinzioni del sostituto procuratore: non è infatti sempre meglio “un forse colpevole a piede libero che un forse innocente in galera”? Incuriosito da questa figura di giovane donna impegnata ma non ideologica, che le ricorda la figlia lontana, il magistrato intraprende un viaggio nella Milano meno apparente ed estranea a quella che è abituato a frequentare e osservare dalla finestra del suo ufficio. Un viaggio che è anche etico e personale all’interno della possibilità che legge e giustizia non coincidano, non puntino allo stesso vertice, un binario e un ideale sul quale Doni ha instradato tutta la sua vita e la sua carriera. La scoperta di questa verità lo costringe a confrontarsi con la propria estraneità al mondo, a scegliere tra l’accettare di conformarsi al quieto vivere e il restare coerente, fedele a quell’ideale a costo di guadagnarsi ostilità, incomprensioni e un fine carriera non semplice. “Mai credersi superiori alle leggi che ci hanno consegnato”, afferma il magistrato Doni quasi rinnovando il socratico “ubbidisco alle leggi della città anche se sono ingiuste”, ma la sua tensione morale si chiarisce ancora meglio nel confronto con il suo professore-maestro, all’apice del dubbio sul caso che deve giudicare, nella tensione tra ordine e disordine: “Credo che la legge sia la sola approssimazione della giustizia che abbiamo. Riconosco la fallibilità dei legislatori, dico solo che se ci abbandoniamo alla ricerca della giustizia pura e semplice finiamo nel caos. E qualunque ordine è preferibile al caos”. Ma l’autore sembra suggerire che la giustizia sia necessaria nonostante tutto, come se corrispondesse a una legge superiore e misteriosa, perché, come sintetizzato nella risposta all’ideale del magistrato: “la legge è diversa dalla giustizia in ogni caso. La legge non è una luce, è l’aria di una città: inquinata, a volte irrespirabile, ma necessaria per vivere”. In questo rapido scambio c’è il cuore della riflessione di Fontana sulla distanza tra legge e giustizia, e in definitiva tra le categorie assolute di giusto e di vero, e non giudizio ma invito a riflettere per il lettore. Per legge superiore pone di fronte non tanto a uno dei problemi del presente, quanto al problema dell’oggi più attuale e urgente: quanto corrisponde, tanto in alto quanto in basso, la mistificazione della verità da parte del potere ai comportamenti dei singoli individui? Quanto c’è di complicità individuale nel decadimento morale e collettivo del nostro paese? Seguendo la lezione sciasciana, l’opera di Fontana ci può aiutare a rispondere a queste domande e dimostra che il romanzo può ancora sostenere un compito di interrogazione civile. Nicola Villa |
