Lo spread del razzismo PDF Stampa E-mail
di Alessandro Triulzi   
Lunedì 30 Gennaio 2012 12:49

Mourad Ben Cheik, autore del film documentario Plus jamais peur sulle rivolte di Tunisi della primavera scorsa presentato all’ultimo festival di Cannes, interrogato da Chiara Organtini (in “Alias”, 7 gennaio 2012) su perché aveva lasciato l’Italia dove pur aveva vissuto e prodotto film fino al 2005, così ha risposto: “C’è un detto in Tunisia che dice: Se vai sempre all’indietro, a un certo punto la schiena dell’asino finisce. Questo è quello che è successo a voi: avete semplicemente finito la schiena.”

La “fine della schiena” per la convivenza tra gruppi socialmente ed etnicamente differenziati in Italia presenta a tutti noi il dilemma di chi si trova ai limiti dell’agibilità sociale: o ci se ne rende conto, e si cerca di dare spazio a nuovi modi di essere e di interagire rispettosi della dignità umana come beni comuni irrinunciabili, o si finisce dietro e oltre il fondoschiena, in una parola con il culo a terra. Non c’è scampo. A guardarsi bene intorno, non manca molto perché ciò accada all’interno della nostra società diseducante.
Mentre il paese mediatico si agita sulle virtù domestiche della famiglia Monti a Palazzo Chigi, o sull’ultima esternazione della Lega, fuori impazza un’altra forma di spread, non meno reale e preoccupante di quello finanziario, collegato all’ampliarsi della disoccupazione, della violenza pubblica e privata, e delle sue derive razziste non diminuite, anzi accentuate, dalla indignazione rituale e spesso di facciata che fa seguito da noi a ogni evento di cronaca quando ha a che vedere con gli stranieri migranti tra noi. Dal rogo di Torino, dove la “collera pubblica” per un inesistente stupro di un nomade rom ha ridotto in fiamme le scarne abitazioni di una intera comunità costretta alla sedentarietà forzata di “campo” nonostante l’illegittimità della “emergenza nomadi” voluta dal passato governo nei confronti del popolo rom nel suo complesso (tra l’altro nomade in Italia solo per il 10%); alla tentata strage che ha causato la morte di due senegalesi e il ferimento grave di altri tre nel pieno centro di Firenze da parte di un “folle”, chiamato e isolato come tale nella sua insondabile violenza razziale, pur se accanita e ripetuta contro venditori ambulanti, immigrati, neri e senegalesi, e pertanto secondo la doxa tuttora corrente, per loro natura clandestini, gente usa a “delinquere naturalmente” secondo la nota frase di Letizia Moratti già sindaco di Milano.
L’uccisione di un giovane padre cinese con la sua figlioletta di sei mesi per una rapina a mano armata a Torpignattara a Roma da parte di due immigrati marocchini (fin qui indiziati dai media per il loro pronunciato “accento dell’Europa orientale”) non rende meno grave l’evento criminoso e allarga la spirale di violenza etnicizzata alle frange meno integrate e garantite della più povera comunità marocchina nei confronti della più agiata classe di piccoli commercianti cinesi. La schiena dell’asino si fa sempre più corta per i migranti in Italia, e non solo per noi. Come ha scritto l’adolescente somalo adottato da una famiglia italiana che si è lasciato morire in un magazzino abbandonato durante le feste del nuovo anno alla periferia di Roma, “Morire è più semplice”. Come uccidere, reprimere, o respingere. Perché questo è lo spread, invisibile e micidiale, di cui non si parla perché preme e fa notizia solo l’altro, quello finanziario, confrontato giornalmente nei minimi dettagli con i Bond tedeschi.
Al professor Mario Monti che si accinge a recarsi in Libia per ridiscutere il famigerato Trattato di pace, amicizia e riconciliazione concordato dal precedente governo con Gheddafi, e poi “sospeso” per tutta la durata della “guerra umanitaria” contro Tripoli, andrebbe ricordato pertanto, come ha fatto in una lettera aperta una nutrita schiera di associazioni del terzo settore (Asgi, Arci, Amnesty, Caritas, Save the Children, eccetera), che la questione migratoria ha bisogno, non meno della questione sociale, di un preciso e urgente “segnale di discontinuità” rispetto alle politiche finora adottate in Italia. Al Presidente che si accinge a varcare responsabilmente il breve tratto di mare che separa l’Italia dalla Libia, occorre ricordare che nel contrastato attraversamento di queste 130 miglia marine sono perite dal 1988 a oggi più di 17.000 persone, uomini, donne e bambini migranti, ed è tuttora in vigore un blocco navale in atto dal maggio 2009 che respinge indiscriminatamente tutti i migranti irregolari senza tenere conto del loro legittimo diritto di asilo e delle testimonianze di gravi violazioni e violenze da loro subite. Blocco mantenuto e sforato, più volte tragicamente, anche nel corso della guerra, vista dal passato governo come deterrente agli sbarchi.
È noto, ed è stato ribadito più volte da studiosi e da associazioni, che la stragrande maggioranza dei migranti che approdano sulle coste italiane provengono da paesi in guerra, fuggono da persecuzioni o da regimi dittatoriali, sono vittime di violenze. Pochissimi sono in percentuale i migranti cosiddetti economici che giungono in Italia e in Europa attraversando il Mediterraneo. Un governo serio e democratico, ancorché liberale, non può negare il diritto di chi cerca sul suolo europeo una libertà negata in patria di vedere esaminata la propria situazione individuale in un contesto dignitoso e in tempi rapidi, così come stabiliscono le convenzioni internazionali e la nostra Costituzione, né può tollerare rimpatri collettivi e deportazioni di massa come quelle praticate dal governo italiano negli ultimi anni.
L’introduzione del reato di immigrazione irregolare – si sottolinea ancora nella lettera a Monti – la sostanziale trasformazione dei centri di accoglienza in prigioni, il vergognoso trattamento riservato ai migranti a Lampedusa durante i mesi di febbraio e marzo del 2011, la recente dichiarazione dell’isola di Lampedusa come “luogo non sicuro” ai soli fini del soccorso ai migranti, il mancato riconoscimento della cittadinanza ai bambini stranieri nati in Italia, sono in realtà il terreno di coltura su cui non possono che proliferare l’intolleranza, la paura e la violenza nei confronti degli immigrati. Come è successo più e più volte da noi, da Rosarno a Castelvolturno, dal Piemonte alla Calabria.
Come sostiene un recente appello dell’Archivio delle memorie migranti sottoscritto da Moni Ovadia e Alessandro Portelli in occasione del 27 gennaio, Giorno della Memoria, i recenti scoppi di violenza razzista in Italia non sono gesti isolati ma segni precisi di una cultura dell’odio e della discriminazione razziale che resta tenacemente annidata nella società italiana nel suo complesso, una violenza che, se non controllata, rischia di indirizzarsi su nuovi bersagli e di causare altre vittime. Negli ultimi venti anni in Italia, come ci ha ricordato recentemente Alessandro Leogrande (Il naufragio) – dall’arrivo della nave Vlora a Bari l’8 agosto del 1991 con 20.000 albanesi in fuga dalla fame e dalla guerra – si è incoraggiata la costruzione di un io nazionale e spesso locale che continua a vedere lo straniero come appartenente a un’umanità distinta, tanto più se di colore o cultura differente, e a una condizione per sua natura minore anche là dove questa è minacciata dall’assenza di standard minimi di vivibilità e democrazia nel paese di origine.
Tale costruzione dell’altro affonda le radici in una cultura dei valori della vita e della persona umana che è andata visibilmente deteriorando fino a trasformarsi negli ultimi anni in un paradigma di esclusione e respingimento dello straniero e dei suoi diritti di base. Occorre oggi una riflessione seria e meditata sulla condizione migrante in Italia, capace di fare i conti fino in fondo con la memoria della discriminazione e del dispregio razziale e culturale che ha accompagnato le politiche migratorie del Governo italiano nell’ultimo ventennio. Non farlo vuol dire avvicinarsi pericolosamente alla “fine della schiena” ormai corta della convivenza civile in Italia e non avere più margini di manovra per intessere o riannodare una cultura dell’accoglienza e del rispetto della persona umana che è necessaria per la nostra sopravvivenza non meno di quella indicata dallo spread di carattere finanziario.

Alessandro Triulzi

Ultimo aggiornamento Giovedì 01 Marzo 2012 10:17