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Chi nel corso degli ultimi anni dall’Italia ha guardato al Mediterraneo come al luogo di un incontro strategico tra le civiltà oggi non può non osservare le “rivoluzioni” del nord Africa con grande partecipazione e simpatia, ma anche con irritazione e profonda frustrazione. Infatti, di fronte a un sommovimento di tale portata, che mette in gioco non solo il futuro di quei popoli, ma anche l’assetto geopolitico futuro di tutta l’area mediterranea, l’Italia oggi è splendidamente e totalmente assente, forse per la prima volta da quando è diventata uno stato unitario.
Certo, per un lungo periodo la presenza italiana fu ispirata da una visione coloniale, che presupponeva un’asimmetria feroce e radicale tra i popoli colonizzatori e quelli colonizzati. Verso la fine del XIX secolo il nuovo stato iniziò, infatti, a guardare il Mediterraneo come lo scenario nel quale andare a costruire quella “Terza Roma”, che avrebbe permesso all’Italia di esercitare un ruolo imperiale mimetico e in contraddizione rispetto agli imperi già esistenti di Gran Bretagna e Francia. Questo ciclo “imperiale”, insieme a tutta la sua retorica, è clamorosamente e definitivamente franato con la sconfitta e la caduta del fascismo. Ma un ruolo importante dell’Italia nel Mediterraneo non è necessariamente collegato a una prospettiva “imperiale”, asimmetrica e aggressiva, perché può essere esercitato in modi profondamente diversi. Anzi si potrebbe addirittura sostenere che proprio il naufragio dell’ipotesi imperialistica apra all’Italia uno spazio di iniziativa politica innovativo e di grande rilievo. Ciò che è sicuro è che da questo mare il nostro paese non può fuggire e la scelta di ignorarlo significherebbe chiudere gli occhi non solo sulla nostra storia e sulla nostra geografia, ma anche sul nostro futuro. Non è stato quindi un caso che nel dopoguerra una politica mediterranea abbia ispirato anche i governi guidati dalla Democrazia cristiana, che hanno sempre cercato di esercitare, pur nel quadro di una sovranità limitata dalla “lealtà” atlantica, un ruolo di collaborazione con i paesi non europei che si affacciavano su quel mare. Con questi ultimi Fanfani, Moro e Andreotti riuscirono a costruire dei buoni rapporti, anche se si trattò sempre di una collaborazione sommersa, vista con sospetto dagli alleati atlantici, in primis dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti. La storia della politica estera italiana negli anni della prima repubblica è piena di queste tensioni: come non ricordare la morte tragica e a dir poco sospetta di Enrico Mattei, colpevole di aver tentato di costruire nel campo dell’approvvigionamento energetico un rapporto diverso con i paesi arabi? Oppure gli accordi sommersi stipulati da Moro con l’Olp e i palestinesi, ispirati a una politica molto diversa da quella filo-israeliana di Washington? E nel 1985, last but not least, l’“incidente di Sigonella”, e cioè il rifiuto da parte del socialista Bettino Craxi di consegnare alla Nato un “terrorista” palestinese? Paradossalmente il crollo dell’Unione sovietica e la caduta dei blocchi, che avrebbero dovuto consentire ai governi italiani un’iniziativa più larga e innovativa nell’area mediterranea, hanno coinciso invece con la progressiva scomparsa di qualsiasi politica autonoma del nostro paese. E tale scomparsa non dipende dalla mancata percezione da parte dei nostri politici dell’importanza del Mediterraneo: è difficile trovare un uomo politico italiano, da Scalfaro a Prodi, da Ciampi a D’Alema, da Fini a Violante, che non abbia sottolineato come il Mediterraneo costituisse una grande occasione che il paese avrebbe dovuto cogliere. Ma a questi discorsi non ha mai fatto seguito qualche gesto politico serio e concreto, a meno che non si classifichino in questa categoria i rapporti privilegiati di Berlusconi con l’“amico” Gheddafi. L’Italia, quindi, è in tutti questi anni rimasta splendidamente assente: lo fu già nel ’91, quando il presidente della Repubblica Cossiga rimproverò al sindaco di Bari Dalfino un rapporto troppo “ospitale” e arrendevole con i passeggeri della nave Vlora; lo è stata quando ha continuato una politica di respingimento dei flussi migratori, visti solo come un pericolo e non come un’occasione per varare una politica di cooperazione tra i popoli del Mediterraneo (emblematico di tale politica è l’affondamento della motovedetta albanese Kater I Rades nel marzo del 1997 ricostruito da Alessandro Leogrande in Il naufragio. Morte nel Mediterraneo, Feltrinelli); lo è stata quando ha accettato passivamente la trasformazione della funzione della Nato in strumento di polizia internazionale. Come spiegare questa regressione della politica estera italiana, che, anche se spesso aveva dovuto operare sottotraccia, aveva conosciuto dei margini di relativa autonomia? Credo che questo sia l’interrogativo che oggi è necessario porsi per cercare di capire che cosa fare per uscire dall’inerzia angosciosa degli ultimi anni. Qui ci limiteremo a formulare solo delle ipotesi schematiche e bisognose di ulteriori approfondimenti. In primo luogo va ricordato il quadro globale, quel generale mutamento prodotto dall’egemonia del liberismo, che ha ridimensionato l’autonomia della politica e degli stati nazionali a fronte della crescita esponenziale del potere del capitale finanziario. Agli effetti di questo processo è necessario però aggiungere un dato specificamente italiano ribadito da Luciano Gallino in più occasioni: il netto declassamento della posizione del nostro paese all’interno della divisione internazionale del lavoro. Salvo qualche sparuta eccezione, l’Italia è totalmente scomparsa dal campo delle tecnologie avanzate, e la retorica degli anni ottanta e novanta sul made in Italy, se registrava la tenuta e lo sviluppo dei settori produttivi a esso collegati, rappresentava anche una sorta di rimozione consolatoria della fuori-uscita dell’economia dalle lavorazioni di punta. In poche parole nello scenario internazionale l’Italia nel corso degli ultimi decenni è diventata più debole. L’ingresso nell’Unione Europea ha permesso al nostro paese di limitare gli effetti più duri di tale declassamento, ma ne ha anche aumentato la subalternità ai paesi più forti e ha progressivamente logorato ogni tentativo di dare spessore e continuità alla nostra politica estera. L’effetto composto di questi due processi, ridimensionamento dello spazio della politica e riduzione dell’autonomia del nostro paese, spiegano la deriva retorica subita dal discorso sul Mediterraneo: se agli alati discorsi non fa seguito nessuna decisione di rilievo, al di fuori delle politiche di contenimento dei flussi migratori, le parole rimangono da sole. Su questa contrazione della politica mediterranea dell’Italia ha quindi esercitato un peso non secondario anche il vincolo europeo, oscillante tra il disinteresse della Germania federale, molto più attenta ai paesi dell’est, e il retaggio post-imperiale di Gran Bretagna e Francia, che ha trovato occasione di manifestarsi senza pudore nell’intervento “umanitario” in Libia. Presa soprattutto dal compito di uniformarsi ai criteri fissati a Maastricht, l’Italia non è mai riuscita a esercitare un ruolo di qualche rilievo nell’apertura di una finestra mediterranea nella politica dell’Unione. In altre parole un paese mediterraneo come l’Italia si è comportato come se non lo fosse, rinunziando a compiere qualsiasi scelta impegnativa in questa direzione. L’unico modo in cui una presenza mediterranea dell’Italia si è manifestata è stata quella segnata dai rapporti personali tra Berlusconi e l’“amico” Gheddafi, degna rappresentazione grottesca e finita in tragedia dell’assenza di una prospettiva seria e credibile. La volatilizzazione di ogni politica mediterranea dell’Italia è quindi il sintomo di quel malessere più generale che affligge un paese privo ormai da decenni di una politica di grande respiro, nel quale non a caso si è venuta affermando la convinzione che gli unici capaci di guardare al lungo periodo siano i tecnici, mentre ai politici spetterebbe il semplice ruolo della difesa degli interessi del loro elettorato. I “tecnici” sono però figure sociali tutt’altro che neutrali, la cui formazione culturale è sideralmente lontana da una logica capace di apprezzare le diversità culturali, e ancor meno di scegliere di investire in aree diverse da quelle più forti ed “efficienti”. Né la presenza di una figura come Andrea Riccardi, presidente della Comunità di S. Egidio, sembra poter controbilanciare l’orientamento complessivo del nuovo governo. Questa crisi di lungo periodo della politica probabilmente spiega l’inerzia del nostro paese di fronte allo svolgimento delle rivoluzioni arabe. Il moto di simpatia che ha attraversato il paese è rimasto marginale e assolutamente incapace di dar vita a iniziative istituzionali di qualche peso tali da favorire lo sviluppo pacifico e democratico di quel processo. Per la verità noi riteniamo che anche tra coloro che hanno appoggiato con generosità quel moto di liberazione spesso abbiano prevalso letture semplificate della complessità dei soggetti che si sono messi in movimento. Ci riferiamo in particolare a tutti coloro che hanno esultato per le rivoluzioni nordafricane, spinti dalla convinzione che, per loro tramite, finalmente gli arabi stiano diventando come noi, riformisti come Bosetti o radicali come Sgrena, e sono stati poi costretti a scoprire che in Tunisia il partito di gran lunga maggioritario è di ispirazione islamica moderata. L’avvicinamento tra le due sponde segue una grammatica molto meno lineare di quella della progressiva omologazione della cultura dell’“altro” all’unico parametro di quella occidentale, che peraltro conosce a sua volta molteplici versioni. Ma questo è un altro discorso. Di fronte all’incalzare degli avvenimenti la priorità assoluta ci sembra quella di esercitare la massima pressione a sostegno della lotta di quei popoli per ampliare e consolidare la democrazia nel loro paese. Franco Cassano |