L’humour come resistenza PDF Stampa E-mail
di Suad Amiry   
Lunedì 30 Gennaio 2012 12:50

incontro con Maria Nadotti

Suad ha una serie di specificità: palestinese di Jaffa ma nata a Damasco (perché la sua famiglia è stata allontanata nel ’47-’48), dopo aver vissuto e studiato a Edimburgo è tornata a Ramallah, dove fa l’architetto. Non è dunque una scrittrice di professione. Lei stessa si definisce scrittrice per caso. Forse proprio per questo Suad ha raccontato sulla pagina (e poi ha messo in scena) delle storie preziose per capire che cosa sia la vita quotidiana in Palestina, soprattutto dal 2003 (anno in cui ha cominciato a raccontarla). Suad è una storyteller che scrive in inglese (un inglese interessante per il traduttore); la sua è una lingua giocata sull’oralità.

Devo specificare però cosa intendo: l’oralità è fatta di tempo, ritmi, cadenze e silenzi. Il silenzio è fondamentale come è fondamentale l’effetto comico; Suad racconta gli orrori che persistono nella vita quotidiana palestinese (gli orrori dell’occupazione israeliana), ma ha scelto di raccontarli in maniera da emancipare i palestinesi da quel ruolo che noi occidentali (i media e i politici) abbiamo assegnato loro: il ruolo della iper-vittima. Come se i palestinesi dovessero piangere 24 ore su 24. Suad ha avuto il coraggio di dire che non è così e perché.
Suad ha al suo attivo quattro volumi: il primo è
Sharon e mia suocera (2003), Se questa è vita (2005), Niente sesso in città (2007), Murad Murad (2009). In questi quattro libri che raccontano la vita in Cisgiordania ha scelto il registro dello humour, dell’assurdo, del surreale perché, forse, è l’unico modo per far fronte all’assurdità della situazione.

Come sono finita a fare la scrittrice? Sono un architetto e scrivere romanzi è fra le ultime cose che avrei mai pensato di fare. Questo perché sono dislessica, o meglio sono dislessica in inglese (la lingua in cui scrivo). E se il mio emisfero sinistro non è portato per questo è però estremamente visivo: ecco perché sono un architetto. Quanti di quelli in sala hanno una suocera? Bene, abbiamo almeno dieci scrittori! Sono diventata scrittrice proprio quando mia suocera mi venne a far visita nel 2002-2003, l’anno in cui gli israeliani hanno ri-occupato Ramallah e tenuto la popolazione sotto coprifuoco per 34 giorni consecutivi. Mia suocera, di novantunanni, vive da sola (tra l’altro era vicina di casa di Arafat); il mio marito part-time era fuori per lavoro, e dunque ero sola in casa sotto coprifuoco. Mia suocera, che è una personcina caparbia, ha le sue abitudini, i suoi orari; se durante il coprifuoco chiunque perde suo malgrado la cognizione del tempo, lei no. Sono quindi sorte tra me e lei moltissime liti furibonde. Ho vissuto due occupazioni in quei giorni, una fuori casa e una in casa! Quando andava a dormire potevo finalmente mettermi di fronte al computer e scrivere le e-mail, raccontando agli amici quello che stava succedendo. A quelle persone cui scrivevo mi raccomandavo di non spifferare quello che stavo raccontando (le due occupazioni)! Un giorno mi chiama un tale Alberto di Feltrinelli che mi dice di voler comprare i diritti mondiali di Sharon e mia suocera (i diritti per tutte le lingue del mondo). “Ma l’arabo non è in vendita!”, ho pensato. Ed è per questo che la versione araba è stata edita per ultima. Insomma sono diventata scrittrice così.
Sharon e mia suocera è stato il mio primo libro; l’ho scritto senza avere in mente nessun lettore (e questa è una cosa essenziale per uno scrittore). Il secondo, Se questa è vita, è di gran lunga il mio preferito, ma è quello che ha avuto il minor numero di vendite. Ho scritto poi Palestina in menopausa che Feltrinelli non ha voluto pubblicare. Ad Alberto (di Feltrinelli), il quale mi chiedeva chi avrebbe potuto leggere un libro con un titolo così, risposi che il problema non sussisteva, che qui in Palestina ci sono molte donne e di queste cose se ne parla. Alla fine l’unico editore che ha voluto pubblicare questo libro è indiano. In Palestina di sesso e menopausa si parla, qui in Italia sembra proprio di no. Forse volete sapere qualcosa del titolo... L’ho intitolato così perché quando Hamas ha vinto le elezioni ho pensato: “ecco ci risiamo, ora tutto il mondo ci appiccicherà addosso le solite etichette, i soliti stereotipi”. Mi sono detta anche che noi laici e laiche di sinistra saremmo finiti per diventare una minoranza nella nostra società. Cercai di capire cosa era veramente successo concludendo che l’unico modo per mandare giù questo boccone amaro e per fare i conti con me stessa, tentando di spiegare le mie scelte, era mettermi a parlare con le mie amiche, che da sempre sono impegnate politicamente e socialmente nell’Olp.

Vorrei dire una cosa. Quando i traduttori traducono un libro e l’autore vuole un titolo che l’editore non accetta, i primi vengono messi in una strana posizione. A me questo libro piaceva molto. Solo che Feltrinelli ha due tabù: menopausa e morte. Ci siamo rifatti in India, con una casa editrice femminista. Leggo, saltellando qua e là, dall’inizio di Niente sesso in città: “Pur non essendo né femminista né lesbica (per il momento), era da tempo che contemplavo l’idea di scrivere delle mie amiche; le tipiche donne della mia generazione”. “Solo che tu non sei proprio ‘tipica’ della tua generazione...”; “Sono tipica di ciò che sono: una donna di una certa epoca, in un dato luogo, di una determinata classe sociale... rispondo nervosamente alla domanda che sempre più frequentemente mi viene rivolta nel mondo occidentale, dove vengono fabbricati tutti gli sterotipi politici”. “Quel che so è che dei miei 55 anni 52 ne ho vissuti tra Hamman, Beirut, Damasco e Il Cairo e che di questi 52 almeno metà li ho passati nella sempre più striminzita Palestina occupata. Non ho mai capito cosa si intenda per ‘tipico’. Di una cosa sono certa: non sono ‘tipica’ in base ai ‘loro’ stereotipi. Tuttavia non posso fare a meno di aggiungere che la cosa per me più angosciante è che a partire dal ‘secondo avvento’, vale a dire dall’11 settembre 2001, noi palestinesi, arabi e musulmani siamo finora riusciti a interpretare il ‘nostro’ ruolo, mantenendoci all’altezza dei loro stereotipi”. Questo capitolo si conclude così: “Una volta presa la decisione, codarda, di scrivere un libro quasi privo d’amore o di scene di sesso, ridotte dunque a zero le probabilità di pubblicarlo, ho fatto in modo di includervi i tre argomenti più irresistibili, attraenti e alla moda, almeno secondo l’opinione di un amico di mio marito che una volta si è lamentato: ‘Oggi è impossibile ottenere sovvenzioni per la ricerca o pubblicare qualcosa a meno di scrivere di Islam, terrorismo o donne. Con il suo sorrisetto subdolo Salim (mio marito) ha replicato: ‘Allora io ho senz’altro delle grosse chances, perché sono stato davvero terrorizzato da una donna musulmana!’”.
Volevo dire ancora una cosa riguardo a Niente sesso in città. Questo libro si intitola così per diverse ragioni. A Ramallah abbiamo formato un club di donne in menopausa; ossia io e le mie amiche abbiamo deciso di incontrarci con regolarità una volta al mese e parlare di tutto: della vita sessuale, di cosa va e non va, delle nostre esperienze, eccetera. (I nostri mariti ne sono frustratissimi!). Il nostro tavolo riceve tutte le attenzioni dei camerieri del ristorante dove andiamo, che gravitano sempre lì intorno per ascoltare i nostri discorsi! Con le mie amiche ho avuto un po’ l’atteggiamento dell’intervistatrice, ascoltando davvero tante storie, anche di sesso. Si sa che in Palestina non si pratica il sesso prima del matrimonio, non si può, è vietaaato, duuunque... Ho deciso di dedicare il libro all’unica cosa di cui non c’è di che parlare. Alla fine c’è un capitolo che parla dell’Olp (visto che noi siamo un gruppo di amiche che appartiene a quella che io chiamo generazione dell’Olp); non sarà poi tanto strano che si rimanga al potere per 44 anni di fila, nel mondo arabo, in cui il minimo è di 50 anni! Di conseguenza anche l’Olp aveva raggiunto la menopausa. Nel caso delle donne la menopausa è quel periodo in cui si pensa di aver perso la bellezza, in cui la vita sessuale non va benissimo, in cui ci si chiede cosa fare e se intraprendere e come una nuova vita... Ecco, lo stesso si può trasporre sull’Olp che mentre temporeggia è sorpassato da Hamas. Le mie non sono considerazioni politiche (la politica va e viene) su Hamas, ma sociali. In modo particolare sull’immagine (negativa) che si vuole trasmettere della donna. È solo per questioni sociali che io non posso sopportarla.

Parliamo di Murad Murad: qui, come negli altri lavori del resto, non c’è nulla di cui non si possa parlare e ridere, nulla di intoccabile. Dopo le esperienze “femminili” che abbiamo raccontato, Suad scrive en travesty, diventa un uomo (giovane), un manovale. Scrive un reportage che nell’arco di alcune ore riflette sulla questione del lavoro (illegale) degli operai palestinesi in Israele (dove appunto sappiamo non possono lavorare). In questo libro Suad racconta la storia della Palestina dal punto di vista delle talpe, delle gazzelle, degli animali; del muro che divide Israele e Palestina infatti sappiamo molto; sappiamo quello che significa per gli uni e per gli altri, conosciamo le atrocità che si sono consumate sotto quel muro e gli interessi che gravitano intorno. Ma Suad appunto fa qualcosa di molto potente: si domanda che cosa accade all’animale che da un momento all’altro si è trovato separato dal muro. Vorrei che ci parlassi di questo capovolgimento di prospettiva. Vorrei anche domandarti con chi ci identifichiamo noi, visto che noi (in giro per il mondo) non ci siamo identificati con i Palestinesi. Forse con le talpe?
Parlando di animali, si tocca un punto per me fondamentale. Ultimamente durante una lezione in una scuola mi è stato chiesto quali, secondo me, sono le date impresse nelle menti dei palestinesi: naturalmente ho ricordato quel periodo tra ’47 e ’48 quando 850 000 palestinesi, fra cui la mia famiglia, sono stati cacciati dalla loro terra. Un’altra di quelle cose che non si cancellano più è il muro. Per me questo muro, più che un’entità fisica, è un muro psicologico, tanto che mi chiedo come avrebbe reagito il mondo se fossimo stati noi palestinesi a costruire un muro intorno a Israele. Come minimo ci avrebbero bombardato. Gli israeliani dicono che l’hanno costruito per separare palestinesi e israeliani. Ma dalla parte occidentale del muro vivono 1500 000 palestinesi “storici”, quelli del ’48, più i 250 000 che sono rimasti a Gerusalemme est. Dall’altra parte del muro ci sono circa 500 000 coloni (?!) israeliani. Dico: non doveva separarci questo muro? Pensavo allora quanto fosse egocentrica la nostra specie. Qualora Israele fosse portato dinanzi a un tribunale internazionale dovrebbe essere processato anche per quanto ha fatto contro la Natura, considerato quanto questo muro ne ha devastata. Penso al milione e mezzo di olivi sradicati (pari al 12% di tutti gli alberi d’olivo attraverso cui i Palestinesi vivevano); o alla distruzione delle aziende agricole, dei siti archeologici eccetera. Che cosa è successo alle gazzelle, alle tartarughe, ai serpenti? Ho deciso perciò di scriverne. Io sono cresciuta in una famiglia in cui c’era un grande rispetto per la natura. Mia madre amava e coltivava un giardino in cui c’erano polli, colombi, cani, il nostro asino Sasha eccetera. Così mentre stavo svolgendo degli studi sul comportamento degli animali, e ho capito quanto grande fosse l’argomento, ho deciso di scrivere un capitolo che si intitola Il muro visto dagli animali. C’è un’altra idea su cui sto già lavorando. Il ’48 purtroppo è una di quelle date impresse a fuoco; la domanda che mi ossessiona è: “che fine hanno fatto gli animali, dopo il ’48?”. Dei palestinesi siamo al corrente, degli animali no.

In Murad Murad si svela un segreto celato: mentre il mondo intero infatti è convinto che il divieto di accesso reciproco (nei rispettivi territori) fra palestinesi e israeliani sia efficientissimo, nel romanzo viene descritto nel dettaglio, e in maniera tragico-esilarante, un fenomeno diverso: ogni mattina, all’alba, 150000 lavoratori attraversano i confini e trovano datori di lavoro che li assumono. Questi ultimi, consci della posizione di illegalità dei palestinesi, trovano modi per sfruttarli e ricattarli. In questo libro Suad rivela il funzionamento economico di quello che è, sotto questo punto di vista, uno Stato unico. Il fatto poi che tutti questi lavoratori palestinesi facciano da anni pendolarismo illegale (come del resto altrettanto illegalmente lo fanno i soldati israeliani) ha permesso che questi due popoli si conoscessero davvero. In Murad Murad Suad dice che questi operai sono appunto un incredibile ponte. Se ci sarà una via d’uscita, non sarà certo per le negoziazioni sempre più paradossali o per quei trattati simbolici a cui assistiamo, ma sarà perché diverse generazioni palestinesi in realtà vivono già in uno Stato unico…
Murad è un po’ come mia suocera; ti fa toccare con mano la capacità di resistenza dei palestinesi. Quali sono le affinità e le differenze tra palestinesi e israeliani? Sapete benissimo che Israele ha uno degli eserciti più forti del mondo mentre noi non ne abbiamo affatto. Ma c’è una vera grande differenza: noi palestinesi non abbiamo per nulla voglia di essere eterne vittime, mentre gli israeliani vorrebbero essere le uniche vittime della Storia. Murad è come mia suocera proprio perché entrambi si comportano come se niente fosse, anche sotto le bombe; mentre lei continua a imbandire la tavola, lui continua ad andare a lavorare in Israele illegalmente. Pensate a Sharon (il cui nome si affianca a mia suocera nel titolo del romanzo precedente) il quale nel 2000 ha deciso che i palestinesi non dovessero più lavorare in Israele; immaginate tutte quelle persone che ogni mattina vanno a lavorare nonostante tutto, immaginate Murad. Io non conoscevo assolutamente questa realtà, che era al di là di ogni mia immaginazione, e per poterla capire davvero ho creduto che l’unica cosa da fare era di accompagnare Murad. Effettivamente mi sono travestita da uomo, facendomi prestare dei vestiti da mio marito, e ho deciso di accompagnare questi lavoratori. Spesso si chiede agli scrittori quale fra i libri letti ha cambiato la loro vita, di rado invece si chiede loro quale sia il libro che li ha cambiati una volta scritto. Murad Murad ha cambiato la mia vita di scrittrice e di persona, perché era la prima volta che toccavo con mano la crudeltà e la brutalità che noi umani siamo in grado di manifestare quando abbiamo di fronte qualcuno che ci implora di farlo lavorare. Questo non succede solo in Israele; succede in Italia e altrove. È uno dei reati più grandi.
Così, ci mettiamo per strada, da Ramallah, alle 11 di notte e ci dirigiamo verso una città, che è la loro meta, la città israeliana dove troveranno lavoro. Questo percorso, che normalmente si conclude in una mezz’ora, è durato 18 ore. Siamo io, 24 operai e un centinaio di altre persone che si dirigono tutte dalla stessa parte. A un certo punto qualche soldato ci avvista e ci ferma; questo è il motivo per cui abbiamo impiegato 18 ore. Ad arrivare sono soltanto in 4 su 24 iniziali perché 20 sono trattenuti. 12 lunghe ore di attesa in mezzo agli uliveti. Dunque ci mettiamo a parlare e Murad mi racconta che lui va in Israele sia per lavorare sia perché è innamorato di una certa signora ebrea... Arrivati finalmente in Israele, passando per l’ultima cittadina araba, mi rendo conto che di tutti e 24 l’unica che non sa una parola di ebraico sono io; l’unica che non capisce nulla né della società né della musica israeliana. Questo mi ha davvero aperto gli occhi. Eravamo tutti lavoratori palestinesi in attesa dell’autobus che ci avrebbe portato in città. L’autobus è israeliano (chiaramente) e a me è venuta un’agitazione tremenda; mi guardo intorno e di colpo tutti quanti si sono metamorfizzati: se prima erano palestinesi e avevano l’aspetto da palestinesi, ora hanno trasformato l’aspetto in israeliani. I palestinesi pensano che per superare un check-point e sembrare israeliani basti indossare un paio di occhiali da sole. È a quel punto che i soldati israeliani, che “mangiano la foglia”, li fanno spogliare completamente. Ma perché è stato illuminante? Io sono un intellettuale che abita a Ramallah; non ho “bisogno” di andare in Israele e dunque il mio Israele è totalmente diverso da quello dei miei compagni di viaggio; benché tutti fossero in piedi da 18 ore nessun ha mai pensato di tornare indietro; cosa avrebbero raccontato ai familiari?
Sedutami in autobus (al mio fianco c’era un soldato armato) ero particolarmente nervosa e volevo condividere questo sentimento con Mohamed (il fratello di Murad); mi sono resa conto però che non avrei potuto parlare in nessun modo con i miei compagni: se avessi parlato in arabo mi sarei tradita con i soldati, mentre in altre lingue non era affatto possibile. Mi sono sentita depressa; una palestinese che nella Palestina storica non può parlare la lingua araba. A un tratto però Murad è balzato in piedi e si è messo a gridare in arabo (indicando fuori dall’autobus): “Guardate che sta facendo quel soldato all’olivo sotto le cui foglie riposava la notte mio fratello!”. I soldati non fecero nulla. In quel momento ho capito che la mia apprensione aveva a che fare con me, col rapporto che ho con me stessa, con Israele e con quel luogo che stavo vedendo per la prima volta con occhi diversi.
Ho capito che nessuno pensa a questi lavoratori come un possibile ponte di pace. Quando gli europei hanno voglia di sentirsi bene, quando vogliono nutrire qualche speranza che il conflitto si risolva, invitano David Grossman o Amos Oz e si sentono bene all’istante e pensano che quello sia il ponte per la pace. Per noi la cosa è molto diversa; però è vero che nessuno ha mai pensato che questo ponte potessero essere proprio queste centinaia di migliaia di lavoratori che conoscono molto bene la cultura israeliana. Del resto basta guardarsi intorno: chi meglio degli immigrati turchi conosce la società tedesca da dentro? Ecco che cosa ha voluto fare Sharon precludendo l’ingresso dei palestinesi in Israele; ha capito che quello poteva essere un potenziale ponte per la pace. Voglio aggiungere un’ultima cosa: Youssef ha quarantadue anni ed è uno dei più anziani; gli altri, che hanno tutti intorno ai vent’anni, lo trattano come un olivo centenario. È padre di undici figli, e religiosissimo. Siamo tutti in attesa; Youssef comincia a vacillare e dice di avere un permesso per andare a lavorare in un altro posto: un insediamento israeliano. Cercate di capire cosa significhi per un palestinese contribuire alla costruzione di un nuovo insediamento israeliano. Io mi pongo il problema e gli dico: se è una giornata in cui sono di pessimo umore e comincio a dire “maledetti israeliani”, “maledetta questa occupazione” eccetera allora dirò al mio collega: “Alì, metti meno cemento nell’impasto!”. Ma se è una bella giornata in cui sono di buon umore e penso che in fondo ogni occupazione è sempre finita, prima o poi, e che questa occupazione israeliana non può far differenza e che dunque questi insediamenti potranno essere un giorno le nostre abitazioni (e noi non vivremo più nei campi profughi) allora dirò al mio collega: “Alì, daaai col cemento!”.

Cosa pensi di questo voto alle Nazioni Unite?
È una buona iniziativa sul terreno politico e su quello della visibilità anche perché noi palestinesi siamo stati dimenticati da un pezzo. Le abbiamo provate tutte con gli israeliani: la lotta armata, le negoziazioni di pace, eccetera. Non ha funzionato. Fra l’altro dal ’91 al ’93 ho fatto parte della delegazione palestinese a Washington. Il problema non siamo noi, ma gli Stati Uniti. Cosa vogliono gli israeliani lo sappiamo: vogliono la terra (tutta) senza il popolo che vi abita. E su questo piano abbiamo registrato molte differenze fra le persone che ci hanno rappresentato. Arafat (che può piacere o meno) era un vero ribelle e un animale politico; uno capace di convincere. Sharon è riuscito invece a convincere il mondo che Arafat non fosse l’interlocutore adatto alle trattative di pace (mentre io ho sempre pensato che fosse il migliore interlocutore possibile). Abu Mazen invece non riesce a convincere; lui è uno di quelli che pensano che se ti vesti bene (e non come Arafat) e ti rasi bene e dici sempre la verità (diversamente da Arafat) riuscirai nel tuo intento. Ma voi avete mai visto un capo di stato dire al suo popolo sotto occupazione che non ha diritto di fare resistenza? I partigiani sono stati considerati degli eroi, e così in Vietnam i vietnamiti; perché noi non lo siamo? Questi nuovi politici mediorientali sono così educati, così sinceri che riescono a essere disarmanti. Questa del voto sembra un po’ l’ultima cartuccia per rientrare sotto la lente del diritto internazionale. Tanto gli europei non ci hanno mai dato una mano, gli Stati Uniti pongono sempre il veto e dunque Abu Mazen vuole andare lì per poter dire che ha tentato tutto. Gli Stati Uniti come dicevo sono il vero problema ora; sono loro ad attaccarci più di Israele stesso. E allora la questione del voto può essere utile anche in tal senso. Se mi chiedete poi se penso che l’indomani della votazione gli israeliani cambieranno, la risposta è “no”.

Suad Amiry
incontro con Maria Nadotti

Ultimo aggiornamento Giovedì 01 Marzo 2012 10:17