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Ho conosciuto Vittorio De Seta a Partinico, provincia di Palermo, nella lontana estate del 1956 quando avevo 19 anni. Ero sceso a lavorare nel gruppo di Danilo Dolci, e De Seta era venuto a cercarlo per parlare con lui del suo progetto di film – avrebbe dovuto essere il suo esordio nel lungometraggio – sul sindacalista Salvatore Carnevale di Sciara, ucciso pochi anni prima dalla mafia. Di Carnevale avevo conosciuto la madre, accompagnando un giorno a Sciara, con Dolci, Ignazio Buttitta e Ciccio Busacca, autore il primo ed esecutore il secondo di una ballata sulla tragica morte del giovane sindacalista.
Ero un accanito cinefilo, e anche se a Partinico di andare al cinema non se ne parlava, continuavo a procurarmi “Cinema nuovo” e avevo visto qualche documentario di De Seta e letto della sua opera. Fu il primo regista che conobbi, e anche per questo i miei ricordi sono molto vivi. De Seta era un giovane naturalmente elegante, di nobili origini calabro-sicule, molto diverso dagli intellettuali palermitani di sinistra che avevo cominciato a conoscere e frequentare. Lasciò a Dolci una copia della sua sceneggiatura su Carnevale, di cui io mi appropriai prima che Dolci, come allora faceva, la buttasse assieme alla corrispondenza dei mesi appena passati, di cui riuscii a salvare per un certo tempo, una lunghissima lettera di Pasolini a Dolci (che gli aveva chiesto di raggiungerlo in Sicilia) e una breve lettera di Giuseppe Di Vittorio indirizzata proprio a me. Molti anni dopo, De Seta a cui ricordai quel primo incontro, mi chiese di ritrovargli quel copione, di cui non aveva conservato la copia, ma ovviamente era andato perso in uno dei miei tanti spostamenti da una regione all’altra del paese. Il film su Carnevale finirono per farlo, a modo loro, Orsini e i fratelli Taviani con un giovanissimo Volontè protagonista (Un uomo da bruciare). Ho seguito la carriera di De Seta, da quel momento, film per film: i meravigliosi documentari a colori e senza commento parlato sul “mondo com’era” prima della grande trasformazione del benessere, quando i pescatori pescavano il pesce spada o il tonno come si legge nell’Odissea, quando i minatori scendevano nudi nelle zolfare, quando le donne andavano a far legna nei terreni demaniali, quando i contadini mietevano e trebbiavano il grano senza aiuto di macchine ma solo di un asino fedele. Tra il 1954 e il 1959, almeno nel Sud, nulla era cambiato nei secoli nel rapporto dell’uomo con la natura e nei modi dell’umana fatica. Più tardi De Seta esordì nel lungometraggio (1961, uno degli anni d’oro nella storia del nostro cinema, e della nostra società) con un bellissimo film sulla Sardegna, Banditi a Orogosolo, sconcertando invece i critici due anni dopo con un film tutto “borghese”, di introspezione psicologica anzi psicanalitica che piacque molto a Pasolini. De Seta mi raccontò di essere stato lui a consigliare a un Fellini molto inquieto, dopo La dolce vita, il suo stesso analista, lo junghiano Bernhard; e il resto è storia nota. Quegli anni di eccezionale creatività furono per De Seta anni delicati e difficili, alla ricerca di una strada nuova per non fossilizzarsi nel già fatto e per reagire alla novità dei tempi. Del suo girovagare tra cinema e televisione restano molte cose importanti, la più importante di tutte il Diario di un maestro, un lungo film televisivo ridotto anche per il cinema, in cui attori presi dalla vita (soprattutto un nugolo di bambini della periferia romana) interagivano con attori professionisti guidati con mano maestra e con risultati che apparivano di assoluta spontaneità. Poi, di delusione in delusione per molti progetti non portati a termine, De Seta finì per chiudersi nei suoi oliveti di Sellia Marina (Catanzaro) e vivere di quello, dando ancora di tanto in tanto degli splendidi documentari – anche di confronto tra il “mondo di ieri” e un confuso presente. Negli anni novanta fu riscoperto da alcuni giovani critici (per primi quelli di Pordenone, e poi dal festival torinese di cinema e ambiente) e i suoi documentari entusiasmarono una nuova generazione di registi a cavallo tra cinema narrativo e documentario (tra di loro, Salvatore Mereu, Pietro Marcello e Michelangelo Frammartino, e non è dir poco) e i suoi documentari girarono di festival in rassegna a livello internazionale, entusiasmando storici e cineasti, primo fra tutti Martin Scorsese, che fu un accanito sponsor della sua opera in America e altrove. Forte di questi riconoscimenti e di questa attenzione, De Seta tentò un nuovo film, Lettere dal Sahara, tra i primi ad affrontare adeguatamente e degnamente il tema nuovo dell’immigrazione. Il film aveva pagine bellissime (la prima e l’ultima parte, per esempio) e pagine più fiacche. Averglielo detto con franchezza comportò un parziale ridimensionamento dei nostri rapporti di cui, penso, abbiamo entrambi sofferto. Di questo grande del nostro cinema, credo che i documentari siano qualcosa di più che cinema e siano per questo destinati a costituire uno dei patrimoni storici e poetici più alti del nostro Novecento: una documentazione “dal vivo” del mondo meridionale e insulare di “prima del benessere”, degna di affiancare i grandi libri di Carlo Levi e Ignazio Silone e i grandi saggi di Gaetano Salvemini e Manlio Rossi Doria. Per quanto riguarda la storia del nostro cinema, grazie a questi lavori il posto di De Seta è da mettere accanto a quello dei più grandi, dei Rossellini e dei Fellini, degli Antonioni e dei Pasolini. Goffredo Fofi |