Al Nord, dopo la Lega PDF Stampa E-mail
di Gianfranco Bettin   
Giovedì 31 Maggio 2012 09:46
Sempre meglio il frinire dei grilli che il grugnire ringhioso dei Bossi. Eppure, il coro sonante di protesta e di richiesta di un’altra politica, che nelle elezioni di maggio ha stordito tutti i partiti trovando soprattutto nel Movimento 5 Stelle lo strumento per esprimersi, non basta a farci guardare con più fiducia al prossimo futuro del nostro Paese, specie dal Nord. Non solo perché quelle stelle – i 5 punti di programma: ambiente, trasporti pubblici, acqua pubblica, sviluppo, connettività – ancorché importanti sono ancora troppo poche.
Non solo perché, se molte brave persone, e spesso, e finalmente!, giovani, si riconoscono nel movimento, la loro presenza sul territorio è più latente che effettiva e il loro materializzarsi soprattutto un frutto elettorale (che poi ci siano “grillini” in comitati, associazioni eccetera è certo vero, ma per lo più i protagonisti di queste esperienze stanno politicamente altrove, o da nessuna parte, in genere incapaci o non interessati a produrre proposte elettorali altrettanto convincenti delle loro iniziative sui singoli problemi). Non solo, ancora, perché la loro modernità di net/movimento riguarda più il loro modo di organizzarsi e di discutere interno mentre il loro successo deriva piuttosto dalla capacità di impatto mediatico di Beppe Grillo, bravissimo ad apparire e sparire restando tuttavia sempre “presente” giocando tra Web e media tradizionali. Non solo per tutto ciò, dunque, ma per una capitale questione ulteriore di cui per ora non sembra esserci, nei 5 Stelle, consapevolezza (peraltro, non c’è in grandissima parte dei politici attuali di ogni colore): la questione, cioè, del confronto con la complessità in cui viviamo.
Complessità significa convivenza di bisogni e di interessi, di idee, di soggettività. Significa pluralismo. Significa conflitti che cercano soluzioni, più o meno consensuali. Gestire la complessità significa la fatica e l’abilità di gestire tutto questo, su scala locale o globale. Un tempo la politica ci riusciva. Tra miopie e presbiopie (le malattie oftalmiche rispettive dei tipi pragmatici e dei tipi ideologici) o tra urgenze e lungimiranze, si offriva, oltre che come arma di lotta (al posto della guerra, o della violenza pura), come terreno e insieme strumento di confronto e di mediazione. Il fallimento della politica si misura oggi proprio nell’incapacità di produrre mediazioni e soluzioni nella complessità.
La tentazione di semplificare, banalizzando o brutalizzando la realtà, è infatti ricorrente in questi anni. La destra e, al Nord, la Lega ne sono state le interpreti più naturali. Anche nella vicenda targata “the Family” la Lega vi è ricorsa per difendere voti e radicamento. Non è un caso che abbia tenuto soprattutto dove questa operazione ha assunto tratti più moderni. Il sindaco di Verona, il “maroniano” Flavio Tosi è l’uomo simbolo di questa Lega sempre riconoscibile nei suoi tratti costitutivi ma capace di mutarsi, di evolvere. Tosi è nuova Lega e nuova destra insieme, la sintesi politica più efficace e ricca di prospettive che ci sia oggi nel campo del centrodestra italiano, almeno al Nord. Una sintesi che avviene andando oltre il centro e cominciando a esplorare un al di là della destra italiana classica e della stessa Lega fu Bossi. Di quest’ultima abbandona le bubbole secessioniste, pur conservando la cura per il luogo, per la piccola patria (ma, come nell’esperienza quotidiana di mercanti e imprenditori che sono gran parte del suo popolo, totalmente glocal, ben conscia dell’apertura inevitabile al mondo). Eviterà trucide baggianate come quelle già tipiche di un Gentilini o di un Borghezio, dello stesso Bossi, ma conserverà centralità al nesso continuamente evocato tra sicurezza (cioè “paura”) e immigrazione. E, ovviamente, alla polemica anti-centralista, anti-romana (il governo dei “tecnici” le sta, peraltro, offrendo buoni motivi). Questa Lega non cancellerà l’altra. Nel Veneto le due vittorie leghiste più rilevanti sono state quelle di Verona e quella di Cittadella, provincia di Padova, dove ha prevalso un sindaco della Lega vecchia maniera. Coabiteranno, ma quella di Tosi ha più futuro. Il suo grrr grrr è inequivoco ma ha un suono più orecchiabile oggi. La scabrosa complessità in cui viviamo le darà molte occasioni per rilanciare messaggi semplificatorii, che tanta presa fanno su menti e anime sconcertate o impaurite certo dalla crisi in corso ma che erano state spiazzate e rese inquiete già negli anni delle vacche più grasse, incapaci com’erano di vedere che la ricchezza e il benessere di cui godevano erano effetti dello stesso sconvolgimento sociale e ambientale, e antropologico, provocato dallo sviluppo che con le loro proprie mani avevano prodotto.
Oggi quel modello conosce la crisi più grave da molti decenni in qua – una crisi che ha i suoi presupposti nella stessa frattura sociale e ambientale prodotta da quel tipo di sviluppo – e disagio e paura si presentano con tratti più estremi. Le elezioni del maggio 2012 hanno fotografato gli umori politici di questa cittadinanza smarrita e preoccupata, in cui anche disperazione e rabbia cominciano a pesare drammaticamente. Potrebbe dunque essere una buona notizia che, elettoralmente, se ne sia giovato un movimento come quello di Grillo, il quale ha ragione quando rivendica di aver drenato voti che altrimenti avrebbero forse premiato forze neonaziste sul tipo della greca Alba d’Oro o di altre simili in vari paesi d’Europa. Tuttavia, insieme all’inquietante conferma di ciò che di peggio cova negli umori profondi del paese, questa riflessione di Grillo rivela anche come non ci sia nel suo attuale programma una vera discriminante a destra. Non va, ora come ora, contro la destra e oltre la sinistra, come ci sembra necessario. Lascia piuttosto che gli elettori vadano a lui senza chiedere che abbandonino niente delle loro convinzioni precedenti se non il voto. In questo senso, ad esempio, la sua posizione contraria all’acquisizione della cittadinanza italiana fin dalla nascita da parte dei figli di immigrati è, appunto, un lasciapassare verso gli elettori leghisti o di destra, come già altre posizioni sui rom. La buona notizia sarebbe quindi un po’ da ridimensionare, in attesa che vere novità maturino magari proprio a opera dei tanti “grillini” eletti e quindi mandati a fronteggiare la complessità (che Grillo sostiene vada affrontata usando la politica come “arte della semplicità”: cosa ciò significhi, se sia un altro nome della banalizzazione o un impegno a illimpidire i temi e i conflitti e ad affrontarli nitidamente, lo vedremo).
Tra cri-cri e grrr-grrr, gli altri cosa fanno? La destra berlusconiana ha perso il faro e i voti. Quella estrema guata una possibile deriva lepenista, o peggio. Casini ha mollato Rutelli e Fini, che al Nord e forse in tutta Italia non acchiappano nessuno. Al Nord, ma non solo, a destra la vera competizione è tra una specie di nuova Dc, con un Casini alla guida, e la prospettiva sintetizzata a Verona da Tosi. A sinistra, le forze cosiddette alternative restano marginali, incapaci di capitalizzare l’enorme credibilità di proposte come quelle oggetto dei referendum dello scorso anno e di rispondere al bisogno di nuova sintesi politica e programmatica nella crisi sociale, energetica e ambientale, alla nuova domanda di diritti e di rappresentanza. Queste forze insistono nelle loro pulsioni “leniniste-narcisiste”, cercando l’egemonia e l’autogratificazione, senza capire che solo una nuova capacità di coalizione di forze e di soggettività diverse, convergenti su un comune programma, può dar peso alle istanze e alle esperienze che appena una primavera fa sembravano vincenti e oggi si ritrovano marginali.
Quanto al Pd, finge che le vittorie alle amministrative derivino meno da errori e disastri altrui e più da propri meriti (soprattutto uno, in realtà: la capacità di tenersi unito e presente in tutta Italia, che certo non è roba da poco oggi…). Se rimarrà questo vuoto, il vuoto democratico si allargherà ancora, e se neanche dai “grillini” verrà sul serio qualcosa di nuovo e di solido, lo spazio rischierà seriamente di essere presto occupato dai veri populismi e dai veri qualunquismi che sono, sempre, forme embrionali di fascismo. Da queste parti, peraltro, la bestia ne è sempre gravida.

Gianfranco Bettin

Ultimo aggiornamento Lunedì 02 Luglio 2012 19:30