Lettera da Parma PDF Stampa E-mail
di Alberto Grossi   
Giovedì 28 Giugno 2012 11:10

Verso le sei di pomeriggio di lunedì 21 maggio, a spoglio delle schede ancora in corso, il trentanovenne perito informatico Federico Pizzarotti, lievemente frastornato, sa di essere il nuovo sindaco di Parma. Con sommo clamore dei media nazionali e internazionali, questi ultimi avranno un ruolo non secondario nella campagna elettorale, Parma è il primo comune capoluogo di provincia a esprimere un sindaco del Movimento 5 Stelle, che con il 60% dei voti stravince il ballottaggio. Lo sconfitto si chiama Vincenzo Bernazzoli, presidente tuttora in carica della Provincia di Parma ed esponente di spicco del Pd emiliano. Ma a uscirne davvero sconfitta è la sinistra intesa come coalizione dei partiti di centrosinistra, che perde le elezioni comunali per la quarta volta consecutiva.

Quello che leggerete di seguito è il racconto di una campagna elettorale lunga un anno. L’autore è un giornalista quarantenne, parmigiano, appassionato di politica e innamorato della sua città. Un racconto in tre capitoli.

Capitolo primo. 28 settembre 2011. Il sindaco Pietro Vignali, a capo di una giunta targata Parma Civica (partito civico locale), con Pdl e Udc, rassegna le proprie dimissioni. Dopo gli arresti del mese di giugno di alcuni alti dirigenti comunali e imprenditori compiacenti, accusati di tangenti e corruzione varia, il 25 settembre viene arrestato l’assessore alla scuola con l’accusa di aver chiesto e ottenuto regalie e mazzette, non da ultima l’infamante accusa di essersi intascato una mazzetta da otto mila euro sulle mense scolastiche. La centralissima Piazza Garibaldi su cui affaccia il Municipio, già teatro nei mesi estivi di rumorose proteste da parte di centinaia di “indignados” cittadini, esplode di gioia e di liberazione per la fine di un’agonia lunga quattro mesi. A Parma solo i più anziani ricordavano simili proteste di piazza, per uno scandalo edilizio dei primi anni settanta. Ma allora non c’era internet e il mondo era meno globalizzato. Nel 2011 invece la protesta dei parmigiani ha un’eco mediatica che varca anche i confini nazionali e finisce sulle pagine di “Le Monde” e di altri quotidiani europei, altro che Gabanelli o Iacona. Così, mentre in ottobre si insedia la commissaria governativa Anna Maria Cancellieri, che solo un mese più tardi verrà chiamata da Mario Monti alla guida del dicastero degli Interni, la città è divisa e confusa: i parmigiani si sentono offesi, traditi, profondamente delusi quando non incazzati per avere assistito impotenti alla distruzione dell’immagine della città, passata nel giro di pochi mesi da “città modello” a città dileggiata e derisa in tutta Italia. E soprattutto, una città seduta su una montagna da 600 milioni di euro di debito pubblico. Se il Partito democratico rivendica il merito della caduta della giunta Vignali, la defunta maggioranza va in ordine sparso: c’è chi goffamente difende 13 anni di operato, c’è chi circoscrive il debito e minimizza la corruzione, c’è chi accusa la sinistra di silenzi e connivenze. Eppure in quel momento la sinistra ha il vento in poppa, sente finalmente la vittoria a portata di mano, vittoria che manca dal lontanissimo 1994. Ha soltanto un problema, la sinistra, trovare un candidato giusto. Cioè vincente.
Inciso numero uno. Parma rivendica una storia cittadina importante e un tantino ingombrante, che ha inizio con il Ducato guidato dai Farnese di metà Cinquecento fino alla discendenza spagnola dei Borbone nel Settecento e una prima metà del diciannovesimo secolo contrassegnato dall’amatissima Maria Luigia d’Austria che reggerà il ducato fino al 1847. Da qui la conseguenza, tutta politica, di coltivare una autoreferenzialità e una fiera indipendenza dal centralismo politico di Bologna.
Inciso numero due. Negli ultimi vent’anni il comportamento elettorale dei parmigiani ha sempre visto prevalere il centrosinistra sul centrodestra (55% contro 45% circa) in tutte le competizioni elettorali eccezion fatta per le comunali, dove la coalizione composta a traino civico più Forza Italia (ma Lega volutamente lasciata fuori) ha prevalso sulla sinistra nelle tornate del 1998, 2002 e 2007.
Siamo a novembre 2011 e il Pd parmigiano è spaccato in due. Non è soltanto una contesa tra due persone ma tra due metodi e due opposte visioni della città. Da un lato l’ala più sociale e movimentista del partito, impersonata dall’avvocato cattolico Giorgio Pagliari, combattivo e concreto capo dell’opposizione per quattro anni in consiglio comunale, dall’altra la sinistra istituzionale e di apparato impersonata dal presidente della Provincia Vincenzo Bernazzoli, con un passato in Cgil e già sindaco di un piccolo paese della bassa. A quest’ultimo non vengono lesinate critiche puntute di connivenza politica, l’avere cioè avvallato negli ultimi quindici anni tutte le peggiori scelte delle amministrazioni comunali, dalle opere pubbliche a uno sviluppo urbanistico spropositato fino allo spinoso tema dello smaltimento rifiuti e dell’inceneritore in costruzione individuato per “termovalorizzarli”. Pagliari ha dalla sua una larga fetta del partito cittadino e la maggioranza dei consiglieri comunali uscenti, pro Bernazzoli sono invece Vasco Errani e Pierluigi Bersani nonché la potentissima Confindustria locale che teme un sindaco troppo indipendente, e comunque non controllabile. Nella notte tra il 20 e il 21 novembre si consuma uno scontro drammatico tra le due fazioni, al termine del quale l’avvocato Pagliari verrà “scandidato” e si ritirerà dalla competizione. Bernazzoli ha dunque la strada spianata ma resta il problema di ricevere una legittimazione popolare che aprirebbe la strada per il municipio. Legittimazione che arriva con le primarie del 29 gennaio 2012 cui partecipano cinque aspiranti candidato sindaco, due Pd, uno di Sel, un socialista e un indipendente. Le primarie del centrosinistra si rivelano un mezzo flop, richiamando alle urne solo 8.300 parmigiani contro i 12-13 mila attesi e un evidente nervosismo che trapela dei vertici locali. A deludere è soprattutto Vincenzo Bernazzoli che si ferma al 48% dei voti contro quattro neofiti della politica. Di contro, il quarantenne Nicola Dall’Olio, volto nuovo del Pd locale e di formazione ecologista, conquista un ottimo 36% e viene premiato per una campagna garbata, ironica, per un uso intelligente dei social network, puntando tutto sulla discontinuità dal passato e per un nuovo rapporto tra uomo e ambiente. E accusando un ventennio di spregiudicato consumo di suolo agricolo che si sta rivelando fatale per la capitale della food valley italiana. Dal canto suo Bernazzoli non trova di meglio da fare che assoldare l’agenzia di comunicazione milanese artefice del successo di Pisapia senza prendere nemmeno in considerazione l’ipotesi di dimettersi dalla carica di presidente della Provincia. Una scelta poco elegante ma soprattutto un errore politico, giustificata a mezza voce da un supposto senso di responsabilità di guida della Provincia (a livello nazionale si discute se chiuderle).

Capitolo secondo. Marzo 2012, ha inizio la campagna elettorale vera e propria. Ben dieci sono i candidati sindaco che correranno al primo turno, tra cui anche Elvio Ubaldi, già sindaco per due mandati e creatore del modello civico polista che ha governato dal 1998 al 2011. L’area di centrodestra si propone con tre candidati, oltre a Lega e altri partiti minori. Bernazzoli affronta la campagna elettorale con ostentata sicurezza, una certo senso di superiorità con sfumature di arroganza, rivendicando esperienza amministrativa, tranquillizzando i cittadini sui conti pubblici e vantando ottimi rapporti con banche e altre istituzioni locali. Tra questi ultimi la Fondazione Cariparma, grande elargitrice di liquidità per le esangui casse cittadine, il cui vicepresidente rassegna le dimissioni per affiancare, come assessore al bilancio in pectore, il candidato Bernazzoli. Nella duplice veste di presidente della Provincia e candidato sindaco Bernazzoli occupa tutti gli spazi istituzionali a sua disposizione, si fa fotografare al fianco di ministri come della Camusso, colleziona un numero impressionante di interviste ed è presente quotidianamente con fotografie e articoli sulla “Gazzetta di Parma”, house organ della potentissima Confindustria locale. Di contro gli altri candidati conducono la loro onesta campagna elettorale e i grillini sono una delle tante voci, ma si distinguono per un’idea di cambiamento radicale, quel “cambiare libro e non solo voltare pagina” di cui si parla nelle piazze e nei bar. Il doroteo Bernazzoli nel frattempo afferma tutto e il contrario di tutto, rassicura e liscia il pelo a tutti, dall’associazionismo al Vescovo, dai commercianti ai poteri forti. Vuole la raccolta differenziata ma anche l’inceneritore, vuole ridare vita ai quartieri pur sapendo che le circoscrizioni non esistono più, fa circolare voci che lo vedono vincente al primo turno ma fallisce nel posizionamento politico restando a metà tra la continuità e la discontinuità col passato. È in politica da trent’anni, smarcarsi dal passato per lui non è facile. E quel che è peggio non si smarca dalla matrigna Bologna, facendosi garante di un rapporto nuovo e non più marginale con la Regione (tradotto: con me arriveranno più soldi). Sul fronte opposto l’anziano Elvio Ubaldi è certo di giocarsela one-to-one al ballottaggio, mentre la “Gazzetta di Parma” pubblica un sondaggio che dà Bernazzoli al 45%, Ubaldi al 24% e dietro tutti gli altri, compreso il Movimento 5 Stelle che viene accreditato a un modesto 4%. i grillini, dal canto loro, puntano tutto sulla discontinuità e sul traino di Beppe Grillo che sbarca a Parma il 21 aprile e sbanca, raccogliendo attorno a sé quasi diecimila persone, un numero comunque impressionante per i tempi che corrono. Domenica 6 maggio si vota al primo turno. L’indomani sapremo che Bernazzoli avrà conquistato il 39% dei voti (e Pd primo partito in città col 25%) mentre il Movimento 5 stelle, risultato inaspettato e clamoroso, sfiora il 20% e conquista il ballottaggio. Complice anche un centrodestra frammentato e una Lega Nord praticamente al palo (3%).

Capitolo terzo. Con i confindustriali sotto choc e la grande borghesia smarrita, iniziano due settimane di campagna elettorale drasticamente non previste e sconvolgenti. Con tanto di televisioni di mezzo mondo in pianta stabile su Piazza Garibaldi a raccontare e decifrare il fenomeno grillino, dalla Cnn fino ad Al Jazeera, mentre inviati di importanti quotidiani europei arrivano a Parma per intervistare il “faccia da bravo ragazzo” Federico Pizzarotti con moglie-militante sempre al fianco e che, nel frattempo, si è preso due settimane di ferie dalla banca dove fa l’informatico per dedicarsi alla chance della sua vita. Da illustre signor nessuno diventa un personaggio, un volto, si scava sui suoi gusti e personalità. Lo sconosciuto Pizzarotti è innegabilmente il volto nuovo della politica locale o forse anche nazionale, comunque vada il ballottaggio. Si posiziona in centro storico dove stringe mani praticamente a tutti, e tra un flashmob e un volantinaggio i parmigiani cominciano a sospettare che possa farcela. In città si parla solo di lui. Sull’altra sponda Bernazzoli parte con una scivolata di cattivo gusto affermando, davanti alle telecamere, che vincere contro i grillini sarà come giocare un’amichevole con una squadra di rango inferiore (salvo poi scusarsi). Esperienza amministrativa è il suo nuovo mantra. Che lui possiede, mentre il grillino non sa nemmeno com’è fatta una delibera, dice. Poi colleziona un altro errore tattico facendo appello alla città che conta, e cominciano a spuntare liste di personalità in suo sostegno: gli accademici, i cooperatori sociali, gli intellettuali, eccetera, tutte liste che finiscono sì sui giornali ma che finiranno poi per accreditare un’idea di passato, di vecchie liturgie della politica, qualcosa di cui la gente comune può o vuole fare a meno. Chiama il fidentino Gene Gnocchi per uno show in suo appoggio, ma saputo che tornerà di nuovo Grillo anticipa di un giorno lo show semi serio (o semi comico) dell’amico Gene. Grillo riappare a bordo del camper, sul palco ci sono Pizzarotti e gli altri eletti in consiglio comunali, e il comico genovese si rivolge alle migliaia di persone che ha davanti: “Li vedete questi ragazzi qui? Sono come voi, anzi siete voi”.

Parma è una città snob che ama stupire, se stessa e gli altri. Una città fiera della sua diversità, reale o presunta. E questa è un’occasione buona per tornare a dimostrarlo. Dell’esito finale delle elezioni tutti sappiamo, ma più delle percentuali sorprendono i voti assoluti dei due contendenti: Bernazzoli al secondo turno non si schioda dai 34 mila voti del primo, Pizzarotti passa da 17mila a 51mila. Tre volte tanto. Incassando il voto anche di molti astenuti al primo turno e di cittadini che hanno sempre votato altro, da destra a sinistra. La notizia è l’apertura di giornali e telegiornali di mezzo mondo, dove ci si interroga se è il vecchio sistema che sta cadendo a pezzi o è qualcosa di nuovo che nasce. Certamente i grillini – in Emilia come altrove – intercettano meglio di chiunque altro un desiderio forte di cambiamento e di rinnovamento della politica. Ma quanto abbiamo visto a Parma va oltre. La sinistra ha proposto una campagna normale, centrata sui valori, sui programmi, su un forte ancoraggio a una tradizione di buon governo locale, i grillini hanno fatto campagna con suggestioni, visioni, con intenzioni alte e nobili ma al contempo pragmatiche e a portata di mano. A partire dal no al nuovo inceneritore. Una campagna post ideologica, nel senso di assenza totale di rimandi a ideologie. Si spendono sui social network con un attivismo costante e pervasivo, da Facebook ai commenti sulle testate online. Una militanza organizzata e potente che fa apparire tutti gli altri come vecchi arnesi, superati e inadeguati. Una logica spietata che impone brutalmente una nuova idea di rappresentanza, che costringe i partiti, e la sinistra in particolare, a giocare di rincorsa, a smentire le loro affermazioni. Più la sinistra attaccava più i grillini conquistavano il centro della scena. Nonostante tre lustri all’opposizione la sinistra è stata ritenuta corresponsabile di quella stagione politica, al pari del suo mesto epilogo. Da una parte l’establishment, dall’altra un movimento di rete che si ritrova in rete. Un movimento che assume talvolta sfumature da “born again christian”, coloro che sono venuti a salvarci dall’oscurantismo e dalla corruttela di tutto quanto abbiamo visto fino a oggi ma comunque vincente. L’esito delle urne è in fondo la naturale conseguenza di questi significati politici e di questa nuova idea di rappresentanza riassumibile nella frase “poiché fanno tutti schifo e nessuno mi rappresenta, voto chi mi assomiglia di più”. È l’identikit del nuovo militante, che è seguace e anche follower. In questo percorso, quanto è successo a Parma segna un punto di non ritorno.

Alberto Grossi

Ultimo aggiornamento Martedì 31 Luglio 2012 17:04