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a cura di Goffredo Fofi
C’era una volta Balzac Il libro di Trollope The way we live now (La vita oggi, pubblicato qualche anno fa da Sellerio) è quello che mi ha colpito di più tra quelli che ho letto sull’argomento che ho voluto affrontare in Resistere non serve a niente (Rizzoli). È una specie di prosecuzione di Melmoth il consigliere di Balzac, che parla della borsa. Il protagonista si chiama Melmoth, è un operatore di borsa che vende azioni di una ferrovia messicana di cui non è stato posato nemmeno un binario. È la storia della carriera di Melmoth nella City di Londra, fino al suo ingresso nel comitato direttivo della City stessa, quando la vicenda esplode e finisce nel disastro.
Mi ha molto impressionato, insieme a un altro libro di Balzac che ho letto mentre stavo preparando il mio libro, La maison Nucingen, la storia bellissima di questo tizio che vende l’anima alla borsa, ma questa anima si svaluta col tempo e l’ultimo che la compra muore carbonizzato davanti a una chiesa nell’indifferenza di tutti. Geniale! è così che sono arrivato a Trollope.
L’economia in maschera La precisione nella descrizione dei processi economici attuali era fondamentale. Ho fatto controllare da esperti che quel che scrivevo fosse preciso. Quando ho cominciato a raccontare questa storia, ero consapevole che il protagonista, Tommaso, fosse un personaggio più esteriore, più costruito, “di testa” del Marcello dei libri precedenti, perché non c’era un legame amoroso che mi legasse a questo personaggio come invece succedeva in quelli dove Marcello era il protagonista. Il problema era rendere plausibile il personaggio, che nella mia testa nasceva dal’incrocio di due cose molto diverse: avevo conosciuto davvero il gestore di un hedge fund che mi aveva colpito per la sua aria davvero innocua. L’avevo conosciuto come fidanzato di una presentatrice televisiva, un tipo che gira in bicicletta, e mi aveva colpito la sua capacità di mimetizzarsi totalmente. Mi raccontava dei suoi trascorsi alla Caritas, e quando mi ha detto che l’anno prima aveva guadagnato 28 milioni di euro, mi è sembrato subito il rappresentante di un’altra razza. Mi ha colpito il fatto che sembrasse una cosa e poi, dietro, fosse altro. Nello stesso periodo avevo letto la confessione ai giudici di Francesco Campanella, ex sindaco Udc di Villabate, in Sicilia (per questo il protagonista si chiama Tommaso…). All’inizio della confessione quest’uomo racconta la sua obesità infantile, che mi è sembrata una metafora talmente bella che ho deciso di usarla nel romanzo. Un mostro di trasformismo anche lui, da sindaco aveva istituito un premio antimafia, e premiato Raul Bova per la sua interpretazione di Ultimo, mentre contemporaneamente nascondeva Bernardo Provenzano in una villa della periferia… Aveva anche una copisteria dove fabbricava certificati antimafia per tutti i comuni siciliani. Il personaggio nasce dall’incrocio di queste due suggestioni, una sorta di ircocervo. Poi ovviamente per farlo mio ci ho messo delle cose personali, soprattutto il rapporto che lui ha in successione con due donne, che riflette quella che era la mia situazione mentre scrivevo, la fine dell’ossessione erotica per i culturisti e l’incontro con una persona innamorata di me. Mentre scrivevo, la differenza tra desiderare e essere desiderati mi stava molto a cuore, per cui ovviamente è entrata nel libro. Via via che procedevo nella scrittura mi accorgevo che il personaggio era meno unitario, però ho cominciato ad accettarlo, non solo come un segno della mia impotenza ma come una cosa che poteva avere un significato quando mi sono reso conto che dentro quel mondo, che stavo cominciando a conoscere, è difficile che esista un’individualità intera. È come se tutti fossero composti di pezzi staccati. Il fatto che Tommaso sia stato ricucito dopo l’operazione è come se questa cosa ce l’avesse anche dentro, anche psicologicamente è fatto di pezzi che non si combinano insieme. Mi sono chiesto se non fosse anche questo un segno dei tempi, il fatto che non ci siano più dei personaggi interi come nei romanzi dell’Ottocento, perché è l’individualità che è finita, come se là fuori ci fossero dei kit per costruirsi delle personalità fai-da-te, dai quali ognuno pesca alcuni pezzi e si presenta come vuole. Quindi ha cominciato a darmi fastidio la non unitarietà del personaggio di Tommaso, tanto che quello che nel libro si chiama Walter Siti alla fine glielo fa notare che è fatto di tanti pezzi diversi: un rapporto con la mamma da adulto-bambino proletario, un rapporto totalmente differente con la modella, con i suoi capi un’altra cosa ancora… insomma, un personaggio un po’ meccanico, ma l’ho trovato significativo e non mi sono sforzato più di tanto di renderlo più uniforme. Affrontare la parte tecnica è stato più facile, sono andato alla Bocconi, e ho studiato come se avessi dovuto preparare l’esame di Finanza 1, soprattutto un librone di milleduecento pagine di John Hall sui derivati. Mi sono fatto aiutare da un amico matematico per le formule che non capivo, e devo dire che la cosa mi ha proprio affascinato. La spinta più grossa dal punto di vista personale è stato il fascino dell’astrazione (io amo molto la matematica e in realtà avrei voluto studiare quella, invece di prendere Lettere), e quando Tommaso a un certo punto dice: “Io mi son limitato a giocare con delle curve, sono quelli che vivono nella realtà che fanno morire la gente”, a me questa cosa mi colpiva molto, perché in questi manuali sembra tutto assolutamente perfetto, che tutto torni come in un teorema matematico. Il fatto che i padroni adesso non puntino più su un rapporto diretto di oppressione ma si nascondano dietro questi meccanismi apparentemente così oggettivi, è questo che mi sembrava valesse la pena raccontare. Non esiste più il grande personaggio negativo, il “padrone delle ferriere”, non si conoscono nemmeno più i nomi di queste persone, non si sa chi sono. Sono degli amministratori, e soprattutto delle persone in maschera. Il filo della mascheratura lo sto seguendo anche nel libro che sto scrivendo adesso, che si chiamerà Exit Strategy, e che vorrei avesse il tono, l’aria di un diario. In questo periodo in cui sembra che la crisi stia riportando un po’ tutti con i piedi per terra, sappiamo fino a che punto siamo in maschera? Ho l’impressione che dagli anni sessanta abbiamo tutti indossato i nostri fantasmi senza accorgercene, e ora forse non sappiamo più bene cosa dobbiamo smontare per riportare i piedi per terra. Anche il fatto che i padroni del mondo siano così mascherati, difficili da decifrare nella loro vera essenza, mi colpisce molto. Questa specie di irrealtà, che è stata definita in vari modi negli anni novanta, questo modo di vivere su delle immagini molto più che sulla concretezza, una specie di delirio di onnipotenza legato al possesso anche immaginario, continua a perdurare in queste speranze di rivoluzione, penso per esempio a quel che succede al Teatro Valle. Tutti questi occupy mi sembrano un delirio di onnipotenza volto al bene, ho visto in televisione una ragazza finlandese che stava occupando Londra; era davanti alla cattedrale di St. Paul, una ragazza molto bella, bionda e con gli occhi azzurri, che stava dicendo di sentirsi molto vicina ai giovani che stanno morendo in Siria, eccetera, e che stava pensando di poter costruire una sinergia con loro, poter far delle cose insieme a loro… concludeva però che la notte andava a dormire a casa di un’amica, lontano da lì perché la campana di St. Paul non la faceva dormire. Allora, se il livello di sopportazione è così diverso da quello dei ragazzi siriani, che diavolo vuol dire costruire una sinergia? Come se fosse tutto una fantasia… Ho visto in questi giorni un programma televisivo abbastanza intelligente, Il terremoto dentro dedicato al terremoto recente nel modenese e a quello aquilano di tre anni fa. Questo programma si occupa dei ragazzi che all’Aquila ovviamente si drogano, si picchiano, non sanno dove trovarsi la sera, e li confrontava con i bravi ragazzi emiliani che invece sono tutti intenti alla ricostruzione, a far ripartire la macchina per fare in modo che tutto torni come prima. Forse siamo una società vecchia, e quindi il desiderio maggiore è che tutto torni come prima. I movimenti, i giovani che hanno voglia di muoversi perché non hanno un luogo della memoria dove tornare, vanno verso il caos. Ed è l’unico movimento possibile, perché la rivoluzione sembra non esistere nemmeno nelle prospettive di lungo termine.
Che fare? Non si può parlare del mondo come se fosse tutto uguale. Io credo che in una parte del mondo, la nostra, l’umanità sia fottuta, ha preso una strada che non può portare bene. Però ci sono altre zone del mondo dove di speranze ce ne possono essere. L’Europa e gli Stati Uniti mi sembrano alla fine del loro percorso. Se siamo convinti di questo, forse sarebbe meglio prendere atto del declino e decidere cosa farne, del declino, piuttosto che lavorare con una speranza a breve scadenza, dentro orizzonti che non si spingono più in là dell’anno prossimo, e però nella consapevolezza che molte delle cose prospettate non si realizzeranno comunque, né ora né mai. Se resistere significa coltivare una speranza che non ha una base solida, mi sembra una stupidata: è questo è il senso del titolo. Tu dici che bisogna tornare al modello hemingwayano del “morire in piedi”, agire da perdenti che però non si arrendono. Ma questo è molto diverso, e difficilmente oggi si pensa a questo, quando si parla di resistere si pensa sempre al superamento del difficile momento attuale per poi riprendere una strada di speranza. In questo senso io avverto una forte esigenza di verità, rispetto per esempio al denaro che non si capisce come e dove si muova. Pino Arlacchi, mio collega all’università di Cosenza, mi ha raccontato la storia, che c’è nel libro, della banca indonesiana in cui lui è andato per fare una verifica su certi conti e dove gli hanno chiesto se voleva controllare i soldi presenti nelle casse in quel momento o quelli presenti fino a cinque minuti prima. Arlacchi mi ha detto: “ A quel punto ho capito che avevo perso”. Se la situazione è quella, dire “mettiamoci tutti insieme per contrastare l’illegalità” che cosa significa esattamente, concretamente? Mi sembra una resistenza alla Saviano, che pensa che la testimonianza sia sufficiente. Combattiamo il riciclaggio! Ma cosa vuoi combattere, se il ciclo è unico? Pisapia si è tirato fuori dall’Expo di Milano perché ha capito che la metà dei soldi del progetto sono della ‘ndrangheta, quindi o l’Expo non la fai oppure finanzi loro. Forse in questo momento capire è più importante che resistere, era questo il sottinteso del titolo. Una forma incomprensiva di ottimismo, quella del “mettersi tutti insieme per…”, non mi convince per niente. Se qualcuno mi dicesse di occuparci della Cina, dell’Africa, lo capirei di più, potrebbe convincermi, ma uno che mi chiamasse per salvare l’Italia, qui e adesso e tutti insieme… Ma da cosa?
L’attrazione del male Ho un’attrazione seria per il male. La scena finale dello stupro della dodicenne, potevo anche non metterla, però ho sentito il bisogno di farglielo fare. Sento qualcosa dentro di me che mi spinge a stare sul margine dell’infamia! Forse è una specie di rancore, ho bisogno di delegare a qualcuno perché non ho il coraggio di farlo io personalmente, una specie di vendetta contro il mondo. Al personaggio lo dico, a un certo punto, “Tu sei il mio stuntman”. Mi viene in mente una poesia di Fortini, indirizzata forse a Sereni, che dice, mi pare: “mi è stato fatto non so quando un male, un male strano e indecifrabile, che mi ha reso stolto e forte per sempre”. A parte che io non sono forte, ma l’idea che ci sia un male che hai subito e del quale ti devi vendicare è una di quelle cose che ti segnano e dalle quali non ti liberi più. Sento che i personaggi negativi mi riescono meglio di quelli positivi. Adesso sto pensando molto seriamente all’idea di raccontare la storia di un prete pedofilo dal suo punto di vista. D’altronde, sotto tutti i miei libri c’è sempre qualcosa che riguarda Dio. Walter Siti a cura di Goffredo Fofi
Postilla Riceviamo da Walter Siti e volentieri pubblichiamo: Scusate, ma nella trascrizione magnetofonica dell’intervista dev’essere successo qualche pasticcio. Allora: il romanzo di Balzac, ovviamente, si intitola Melmoth réconcilié (Melmoth riconciliato) e non Melmoth le conseiller (Il consigliere) e la trama del diavolo eccetera si riferisce a questo romanzo, ripresa esplicita di Melmoth the wanderer di Maturin. La maison Nucingen, pur avendo rapporti con il Melmoth, ha una trama tutta diversa, è praticamente un trattato sui giochi al ribasso in Borsa e, per i balzacchisti, è il romanzo di Rastignac trattato come uomo di paglia. Il personaggio di Trollope, implicita ripresa dei primi due, si chiama però Melmotte. Il manuale sui derivati è di John Hull e non di John Hall. |