Perché oggi c’è chi si ammazza PDF Stampa E-mail
Scritto da Stefano Guerriero   
Lunedì 29 Aprile 2013 11:41

Forse l’elemento che più dà l’idea del tremendo mutamento avvenuto nel paese in cui viviamo, durante gli ultimi vent’anni, è il cambiamento nelle ragioni che portano le persone a suicidarsi. Sono diversi i motivi della vergogna, le offese insostenibili alla propria dignità e identità, che spingono a preferire la morte alla vita. Non leggo mai la cronaca nera, i retroscena su omicidi e suicidi sembrano perversi giochi letterari e di immaginazione, parole di fronte al silenzio della morte. Ma forse qualcosa si può provare a dire, almeno in generale, a debita distanza di rispetto dai casi individuali.
Quando nel 1992 scoppiò tangentopoli, furono molti i suicidi tra gli indagati: i socialisti Renato Amorese e Sergio Moroni, Gabriele Cagliari, Raul Gardini e tanti altri (secondo alcuni calcoli, più di quaranta).

Senza entrare nel merito di chi fosse colpevole o innocente, si può dire almeno che, nell’azione che è stata compiuta, abbia pesato la vergogna di essere stati scoperti a commettere qualcosa di immorale, per i colpevoli, o la vergogna di essere accusati ingiustamente, per gli innocenti, la vergogna di vedere “il proprio buon nome infangato”, per usare un’espressione lontana da noi ere geologiche.
Tangentopoli non è mai finita ed è inutile elencare la lunga matrioska di scandali che vengono scoperchiati incessantemente. Però adesso, chi ha comprato per se stesso con i soldi pubblici un Suv per far fronte all’emergenza neve a Roma, chi ha costruito tesoretti e ville all’estero con i soldi del finanziamento ai partiti, eccetera, eccetera, eccetera, continua serenamente la sua vita, affrontando con determinazione le beghe giudiziarie. Nessuno ha perso neanche la faccia. Nessuno, tanto meno chi è in attesa di giudizio perché forse ha adescato minorenni o forse ha pagato qualche senatore per far cadere un governo (da un punto di vista morale, l’unica cosa che fa ancora perdere la faccia, nella nostra società ipocrita, narcisista e politically correct, è avere relazioni con i transessuali). E nessuno ha più perso la vita: niente più suicidi nella lunga lista di illeciti degli ultimi anni, salvo uno, se non sbaglio, le cui ragioni restano ancora misteriose, quello del manager Monte dei Paschi, David Rossi (peraltro estraneo alle indagini che erano in corso).
Viceversa nelle cronache c’è una grande crescita di suicidi per ragioni finanziarie. Si è parlato degli imprenditori in difficoltà, ma è una realtà che evidentemente riguarda tutte le classi sociali e tutte le età, fino all’ultimo drammatico evento di Civitanova Marche, con il suicidio in due tempi degli anziani Romeo Dionisi (disoccupato), sua moglie Anna Maria Sopranzi (pensionata a 500 euro), e subito dopo del fratello di lei, Giuseppe. Anna e Romeo si sono suicidati e hanno pure chiesto scusa in un biglietto. Impossibilità di trovare un lavoro, fatica a mettere insieme i soldi per continuare a vivere come avevano vissuto, per pagare il mutuo, per versare i contributi, ritrosia a rivolgersi ai servizi sociali – sembra – anche dopo un invito diretto del presidente del consiglio comunale, che abitava nello stesso stabile. I medesimi problemi diffusi di molte persone, su cui chiacchierano incessantemente i giornali.
Ma di che cosa si sono vergognati fino a morire, di che cosa ci si vergogna adesso? È tristemente fin troppo chiaro: della povertà. La povertà è diventata un’offesa insostenibile alla dignità della vita. Ricordo che la prima volta che ho sentito citare la frase “forse la povertà non è una colpa”, faticai a comprenderne il senso. Mi sembrava evidente che la povertà non fosse una colpa, ma poi qualcuno ricordò Weber, il calvinismo e lo spirito del capitalismo, e capii che in quell’ottica l’insuccesso voleva dire non essere amati da Dio, e da quella prospettiva dunque qualcuno, saggiamente, partiva per metterla in discussione. Ora invece è diventata silenziosa opinione comune che la povertà è una colpa individuale, anzi è la colpa più grave secondo la morale trionfante nel nostro tempo. E non perché siamo diventati tutti calvinisti, ma perché il nuovo dio denaro, che ha scalzato i precedenti, chiede di essere adorato. E quando ci abbandona, per ragioni tecniche e matematico-finanziarie – misteriose, ma sicuramente di natura umana e non divina – privandoci anche della dignità più elementare di avere una casa in cui vivere, ci lascia nella disperazione (forse la morale cattolica non è poi tutta da buttare via, e questo papa che ha scelto di chiamarsi Francesco e va in giro con le scarpe vecchie e una croce che non è d’oro, aiuterà a recuperare quello che in essa c’è di buono, se ci saprà fare con le cose quanto ci sa fare con i simboli).
Houellebecq ha detto che di tutti i sistemi economici e sociali, il capitalismo è il più vicino alla ferocia dello stato di natura. E quello che succede in Italia e altrove, non da oggi ma già da tempo, è che il capitalismo si sta spogliando dei vestiti che lo rendono più umano (il cosiddetto welfare), per mostrarsi nudo nella sua ferocia. E quella stessa ferocia inizia ad abitare nelle nostre menti e a guidarle.

Stefano Guerriero

Ultimo aggiornamento Giovedì 30 Maggio 2013 18:03