Col nome di Francesco PDF Stampa E-mail
Scritto da Giancarlo Gaeta   
Lunedì 29 Aprile 2013 11:42
Firenze, 24 marzo 2013

Caro Goffredo,
parole e comportamenti del nuovo Papa hanno sorpreso anche me: il nome inedito quanto emblematico che si è dato, il volersi accreditare innanzitutto come vescovo di Roma, la rinuncia immediata ai segni esteriori del potere, il parlare in spirito di semplicità, la ricerca di un contatto diretto con i fedeli e dunque, come tu stesso hai detto, “uno sguardo rivolto ai lontani, ai poveri, agli ultimi”, che ti fa pensare e sperare in una ripresa del discorso iniziato con Giovanni XXIII e il Concilio; insomma un augurabile ritorno al francescano spirito evangelico di cui vanamente si cercherebbe traccia nei vertici ecclesiastici.
Certo, nelle ore e nei giorni che hanno seguito l’elezione speranze simili hanno toccato le menti e il sentire di moltissimi: c’è un tale bisogno, soprattutto in chi è nei gradini bassi della società, di ascoltare parole fraterne, di ricevere segni di attenzione, di sentirsi meno abbandonati al proprio bisogno fisico e morale, a uno stato di isolamento che non viene meno neppure nella pratica del culto, tanto di rado è dato di fare esperienza di uno spirito di comunione. E subito si è anche diffuso l’auspicio che il cambio di passo mostrato da Bergoglio investa anche la società civile propagandosi come un’onda, che come un vento purificatore spazzi via, almeno un poco, i fumi stagnanti della corruzione, dell’arroganza dei più forti, degli egoismi economici, della omologazione delle coscienze elevata a sistema di potere. Dunque ha avuto ragione Hans Küng a riconoscere nella sua elezione la migliore scelta possibile, per la condotta di vita e la vicinanza pastorale agli umili, per la parte di mondo da cui proviene, per essere esterno al sistema della curia romana; e tuttavia a condizione che da Primate della chiesa cattolica egli si dimostri in grado di mettere effettivamente in atto riforme finora risultate irrealizzabili, a cominciare da quella, radicale, della curia, che conduca a un governo collegiale, quindi l’introduzione della collegialità con i vescovi e, non da ultimo, “il riconoscimento per le diocesi, per le comunità e per i singoli fedeli di un diritto di resistenza e critica in conformità col Vangelo”. In altri termini ciò che Küng si attende è un rivolgimento profondo non ulteriormente procrastinabile, altrimenti, egli dice, “il grido ‘indignatevi’ si diffonderà anche all’interno della Chiesa e imporrà riforme dal basso (…). La comunità della Chiesa non si accontenterà più di belle parole, la pazienza di molti cattolici è alla fine”.
Ecco, caro Goffredo, questo è il punto: “le belle parole”, che, certo, scaldano i cuori, danno speranza, attivano energie nuove, risvegliano coscienze intorpidite, ma non possono restare a lungo tali; soprattutto di questi tempi in cui la verbosità è pervasiva, cosicché anche parole nobili e forti di indubbio significato si scolorano rapidamente nel flusso di discorsi che le riprendono, le mescolano, le assorbono e le restituiscono come cenci per usi qualsiasi. Per giorni, dopo l’elezione, fiumi di parole hanno straripato da giornali e televisioni; come per un subitaneo raptus collettivo, ogni detto e gesto di Papa Francesco è stato ripreso a uso e consumo delle proprie utenze. In questo la stampa ecclesiastica si è dimostrata quanto mai attiva e abile; a differenza di quella laica, facile all’esaltazione e in definitiva piuttosto arruffona, essa sta bene attenta a che la notizia dirompente venga assorbita con misura grazie a una sua esperta ricalibratura, tale che ne resti infine ciò che torna effettivamente utile al sistema di cui è parte operativa. In casi siffatti neppure per un momento ci si dimentica che il sistema Chiesa, progettato per durare fino alla fine dei tempi, non sopporta discontinuità; di tempo in tempo va riparato a causa dell’inevitabile attrito causato dalle debolezze umane, ma con cautela e sempre dall’alto. Pensa all’aneddoto, in questi giorni copiosamente utilizzato a sproposito, di Innocenzo III che vede in sogno Francesco sostenere l’edificio pericolante della Chiesa; non lo trovi beffardo? Francesco chiamato a “riparare” la Chiesa, lui che ne chiedeva il radicale rinnovamento nello spirito dell’evangelo; nei fatti lui, solo e sconfitto, andò incontro al tormento delle stigmate, mentre l’ordine che aveva fondato si mise in gran parte al servizio della Chiesa da riparare a forza di predicazione antiereticale e di inquisizione. Quanto allo stato in cui versa la Chiesa attuale, esso non è meno grave di quello del tempo di Innocenzo, se un papa ha dovuto dimettersi auspicando che altri, più energici e liberi di lui, riesca a imporre qualche cambiamento; ed ecco riapparire l’immagine del frate di Assisi a sostegno dell’uomo scelto per l’opera di riparazione. Riapparizione, bisogna dire, di straordinaria efficacia comunicativa, in grado di far mutare di colpo immagine alla Chiesa devastata dagli scandali recenti.
Come pezzi di un puzzle provvidenzialmente ritagliati, la figura simbolicamente carica di Francesco va a incastrarsi in quella di Benedetto che gli ha aperto la via con la propria umile rinuncia. Così la frattura potrà, almeno ai più, già sembrare sanata, la continuità ristabilita; quanto alle urgenti riforme, si vedrà quel che ne verrà lungo il processo di ricomposizione dei rapporti interni di forza. A meno che Papa Francesco non intenda procedere davvero in modo chirurgico, operando direttamente sul punto critico attorno a cui si attorcigliano tutti i giochi di potere e le conseguenti distorsioni, cominciando a ristabilire quella condizione di povertà materiale che è condizione imprescindibile laddove il compito è eminentemente spirituale, e lo faccia con gesti pubblici inequivocabili, come quello con cui Francesco restituì le vesti al padre. Sì, perché le riforme auspicate da Küng, per quanto necessarie e urgenti non saranno sufficienti se non accompagnate da un siffatto atto di restituzione, a meno di considerare oramai irreversibile l’istituzionalizzazione della vita cristiana, che è altra cosa da una comunità fondata su rapporti personali sostanziati dalla fede nell’incarnazione e nella risurrezione. Il problema non è dunque relativo soltanto a una gestione più trasparente e partecipata dell’istituzione, ma riguarda innanzitutto il fatto che storicamente la Chiesa si è concepita come una struttura giuridica statuale, avocando al suo vertice il governo di tutti i rapporti interni e come tale si è confrontata con i poteri civili in spirito di dominio prima, di concorrenza poi. E dunque la povertà cristianamente intesa non è solo un ideale mistico, è ciò che determina i rapporti tra gli individui nel segno dell’amore piuttosto che del potere.
È a questo che pensa Papa Francesco quando auspica una “Chiesa povera e per i poveri”? Forse sì, ma in questo caso meglio sarebbe che gli atti venissero prima delle parole, per togliere il dubbio che si stia ancora una volta parlando di “povertà spirituale”, mentre per la Chiesa la situazione è tale che soltanto una effettiva povertà materiale può far rinascere in essa lo spirito di povertà. Vale a dire in concreto l’effettiva rinuncia quanto meno alla gestione diretta dell’enorme massa di beni posseduti e insieme la rinuncia unilaterale alla persistenza di una entità statuale inscindibilmente collegata alla Santa Sede, che fa del Papa un sovrano, a prescindere dall’ideale a cui si ispira. Se e finché questo non accade, l’immagine pubblica di un Papa povero che dice belle parole rischia di servire da schermo involontario a una realtà impermeabile al cambiamento. O comunque induce a ridurre una drammatica questione concernente la condizione attuale del cristianesimo a un problema di moralizzazione di una parte dei vertici ecclesiastici, eccessivamente intrigati dalla gestione degli affari e tentati da logiche di potere. Lo hanno capito subito i nostri politici, almeno quelli che stanno dalla parte della moralizzazione della vita pubblica e ora trovano una sponda contro la corruzione nelle parole alte ed evangelicamente sostenute del Papa. Ma c’è anche un altro e più sottile modo di sfruttare l’imprevisto di Papa Francesco a tutto vantaggio dell’istituzione ecclesiastica, ed è quello di proiettarlo nell’agone massmediologico in veste di apostolo delle genti nell’universo globalizzato.
Ecco, ad esempio, come il cardinal Ravasi si rappresenta “l’impegno che attende Papa Francesco e l’intera Chiesa: uscire dal grembo protetto, ove pure è necessario sostare, per entrare nelle metropoli; varcare le soglie del tempio, dove è certamente indispensabile vivere la diretta comunione con Dio, ed entrare nella piazza, anzi nella rete sociale, virtuale, economica, culturale che avvolge il nostro globo. I suoi primi atti sono stati limpidi ed essenziali proprio in questa direzione (…). È la grandezza dell’essenzialità che la chiesa deve saper ritrovare nel suo comunicare, senza temere di inoltrarsi sulle strade informatiche, telematiche e digitali per annunciare il suo messaggio”. Insomma un invito a proiettarsi al di fuori con rinnovato slancio verso un vasto, suggestivo, variegato mondo, ricco di contraddizioni, attese e nuove risorse, a condizione, certo, che “si tenga alta la purezza della Parola e della testimonianza, abbattendo nella Chiesa ogni scandalo, ogni arroganza, ogni ipocrisia”. Dubito che chi si è chinato a baciare i piedi dei reietti di questo mondo possa ritrovarsi in questa entusiastica visione missionaria, che tutto abbraccia per non fare i conti con se stessi, per non sporcarsi con niente. Bergoglio al contrario si è sporcato con i poveri e si è sporcato, poco o molto non so, anche con il potere politico, ma non è un problema se ci si riconosce peccatori e si cerca pubblicamente il perdono. Anzi, si può sperare che, con questa dura esperienza sulle spalle, egli saprà da Papa tenersi lontano dalle collusioni con i poteri di questo mondo a cui i suoi predecessori raramente hanno saputo sottrarsi, fino a trovarsi impigliati nelle reti di feroci dittature.
A confermarmi in questo senso ci sono alcune parole che egli ha pronunciato, parole che sono tra quelle poche che Simone Weil considerava perfettamente pure e perciò in grado di illuminare e tirare verso l’alto. Ai giornalisti che avevano seguito il conclave ha detto: “Il vostro lavoro necessita di studio, di sensibilità, di esperienza, come tante altre professioni, ma comporta una particolare attenzione nei confronti della verità, della bontà e della bellezza; e questo ci rende particolarmente vicini, perché la Chiesa esiste per comunicare la Verità, la Bontà e la Bellezza ‘in persona’.” Sono parole che può pronunciare soltanto chi ha fede nell’esistenza della verità, del bene, della bellezza, che il cristiano Bergoglio vede perfettamente realizzate nel Cristo, ma che vorrebbe fossero di per sé presenti a quanti in ogni settore della vita pubblica hanno l’incarico di mostrare cose vere, buone, giuste, belle, cose degne di ammirazione, perché è da questo che in definitiva dipende che si ponga un argine al tumulto delle menzogne, delle propagande e delle opinioni che fomentano ingiustizia, bruttezza, irrealtà.
Di siffatte parole potenti il nostro tempo ha bisogno, ma perché la Chiesa ne faccia uso legittimo deve lasciarsene impregnare, altrimenti risuoneranno a vuoto nel fluire indifferenziato del vaniloquio collettivo. Dunque, caro Goffredo, va bene sperare nel meglio, ben venga un profeta se è autentico, ma nella misura in cui ci assumiamo un ruolo pubblico, tocca innanzitutto a ciascuno di noi credere nella verità, nel bene, nella giustizia e nella bellezza.

Giancarlo Gaeta

Ultimo aggiornamento Giovedì 30 Maggio 2013 18:16