Gli albanesi in Italia PDF Stampa E-mail
Scritto da Rando Devole   
Lunedì 29 Aprile 2013 11:43

I motivi dell’emigrazione
Perché gli albanesi emigrano? Si tratta di una delle domande più frequenti che ci si pone quando si parla dell’emigrazione albanese. A prima vista, l’individuazione dei motivi dell’emigrazione albanese non sembra difficile. Si potrebbe pensare, in linea generale, ai motivi politici, economici e culturali. Ovviamente tali motivi sussistono, ma non esauriscono la loro molteplicità. Inoltre, se visti in ordine cronologico, i motivi che sono alla base dell’emigrazione di centinaia di migliaia di albanesi si presentano differenti l’uno dall’altro. Succede poi che l’emigrante non lascia il proprio Paese sotto la spinta di un unico motivo; in realtà ne può avere più di uno e la vicenda albanese ce lo testimonia perfettamente. In tal caso sarebbe più appropriato parlare di interazione tra diversi motivi, i quali possono essere definiti – anche nel loro peso specifico – solo da un’analisi del contesto storico in cui si sono verificati.

Verso la metà del 1990, alcune migliaia di albanesi si rifugiarono presso le ambasciate dell’Italia, della Germania e della Francia. L’evento è conosciuto tuttora come la “crisi delle ambasciate” che, dopo estenuanti trattative con il regime di Ramiz Alia, fu risolta con la partenza di tutti gli albanesi che erano entrati nelle suddette rappresentanze diplomatiche. I paesi occidentali coinvolti riconobbero agli albanesi richiedenti asilo lo status di rifugiato politico. È fin troppo semplice dire che il motivo per cui gli albanesi scavalcarono i muri delle ambasciate occidentali fosse di ordine politico. In quel periodo il regime totalitario albanese conservava ancora la sua integrità di sistema, sebbene si sentisse già nell’aria che la gente aveva una grande voglia di cambiare. Più che vederlo, il desiderio di cambiamenti radicali lo si poteva percepire; era una specie di fiume sotterraneo, la cui piena certamente non si sarebbe fermata davanti alla diga della dittatura, che manifestava, tra l’altro, le sue prime crepe.
Mentre è chiaro che la prima ondata di albanesi, arrivati in Italia in seguito alla “crisi delle ambasciate”, fu dovuta prevalentemente a una reazione politica contro il regime totalitario, risulta più problematica, in termini puramente e unicamente politici, la spiegazione degli esodi della primavera e dell’estate 1991. Dal punto di vista dei motivi, la differenza dei due esodi non sembra rilevante, anche se, volendo, si può tracciare tra di loro una linea netta di demarcazione. Il primo ebbe luogo poche settimane prima che si verificassero le elezioni pluralistiche in Albania, dopo quasi cinquant’anni di duro regime monopartitico. Il secondo esodo, quello dell’agosto 1991, avvenne solo pochi mesi dopo lo svolgimento di queste elezioni. Cronologicamente parlando, il secondo esodo si verificò nell’epoca democratica dell’Albania, mentre il primo durante la dittatura. Ma chi ha vissuto quegli anni può testimoniare che il regime, per quanto fosse in agonia, era ancora in grado di incutere paura e, cosa più importante, gli albanesi dal punto di vista politico si sentivano ancora davanti a un bivio.
Gli albanesi arrivati nell’agosto del 1991 furono rispediti indietro con la motivazione di non essere più cittadini di un paese dittatoriale; di conseguenza, non gli fu riconosciuto lo status di rifugiati politici, sebbene rimanga il sospetto che si sia trattato di un semplice cavillo per fermare un processo migratorio diventato ormai completamente ingestibile.
Ovviamente sarebbe riduttivo affermare che gli albanesi degli esodi fossero partiti solo perché nel loro Paese non esistevano altri partiti. Il problema era che in Albania mancava la libertà, intesa in tutte le sue accezioni e dimensioni. Gli albanesi non si sentivano liberi e ciò bastava a indurli a prendere le navi e attraversare il mare. Inoltre, quei cinque decenni  di totalitarismo e di chiusura ossessiva avevano gradualmente coltivato il mito della fuga, che si basava su una concezione dualistica del mondo: da una parte l’inferno e dall’altra il paradiso. Per inferno si intendeva la mancanza di qualsiasi libertà e diritto, ma anche la povertà estrema, l’asfissia culturale e l’assenza di qualsiasi prospettiva positiva. Dall’altra parte dell’immaginario collettivo albanese esisteva il paradiso, ossia l’Occidente. Un luogo idealizzato che faceva da specchio inverso alla realtà albanese: rispetto per i diritti dell’uomo, enorme ricchezza diffusa, ampia libertà culturale e grandi prospettive per il futuro.
Questa rappresentazione venne amplificata dopo la partenza degli albanesi rifugiatisi presso le ambasciate occidentali. Oltre al messaggio implicito della calorosa accoglienza che fu riservata loro nei paesi di destinazione, ne arrivarono altri ancora più allettanti. Nel giro di pochissimo tempo i familiari dei rifugiati cominciarono a vestirsi come nei paesi occidentali e il loro tenore di vita migliorò notevolmente in confronto agli altri concittadini. Bisogna dire che in quegli anni la differenza tra una persona benestante e una persona povera consi-steva nel possesso di un televisore a colori o di altri elettrodomestici, oppure nel tipo di abbigliamento indossato. Un cittadino albanese mi ha raccontato che all’epoca nel suo vicinato i genitori dei rifugiati, ormai residenti in Germania e in Italia, mostravano a tutti – ovviamente con un pizzico di orgoglio – le foto che i loro figli avevano mandato dall’estero. Queste foto evidentemente erano state scattate con l’intento di mostrare il benessere in cui loro vivevano all’estero. Oltre alle foto nei posti turistici, doppiamente favolosi agli occhi degli albanesi, abbondavano anche quelle scattate nei supermercati, in case ben ammobiliate e persino davanti ad auto e moto lussuose. Questi segnali erano facilmente e correttamente interpretabili per un conoscitore della psicologia dell’emigrante, ma per la maggior parte della gente si trattava della prova del nove dell’abissale differenza tra la vita in Albania e quella nei paesi occidentali, e di conseguenza la riprova della presenza reale dell’Eden.
Ma le navi stracariche di albanesi che approdarono in Italia non portavano solo persone che fuggivano per la mancanza di libertà politiche o per le misere condizioni economiche. Molti di loro erano saliti sulle navi per avere la possibilità di vedere l’Italia e il mondo. Non erano pochi quelli che confessavano di essere andati via più per curiosità che per necessità; altri ancora dicevano che la notizia delle navi li aveva trovati mentre chiacchieravano tra amici, e così, in gruppo, con spirito di avventura avevano deciso di correre verso la costa.
Gli anni successivi videro consolidarsi un modello migratorio senza esodi di massa, ma con uno stillicidio costante di persone in movimento verso l’Italia. è indubbio che durante questo periodo siano stati prevalentemente i motivi economici e sociali a spingere gli albanesi verso gli altri paesi occidentali, dove essi hanno tentato di costruire una vita migliore. La lunga chiusura del Paese fino al 1990, associata a una forte crescita demografica, era stata indubbiamente uno dei fattori determinanti degli esodi, perché per quasi cinquant’anni gli albanesi erano stati segregati in un Paese-prigione, da dove non si poteva uscire liberamente. Dopo la caduta del regime questo fattore non sparì del tutto, come molti credevano e speravano, visto che i confini sono rimasti comunque controllati, ormai non più dall’interno ma dall’esterno. è chiaro che le due situazioni (prima del crollo del regime e dopo) non sono paragonabili in questo senso, ma è doveroso sottolineare che per gli albanesi il rilascio del passaporto non ha comportato automaticamente il movimento libero verso altri paesi.
Il passaggio da un regime totalitario a un sistema democratico ha coinciso con una grave crisi economica. Alla povertà ereditata si è aggiunta la piaga della disoccupazione che in una società molto giovane come quella albanese ha provocato forti spinte migratorie. Nelle campagne la spinta migratoria è stata violenta, anche perché lì viveva circa il 70% della popolazione, buona parte della quale durante la transizione all’economia di mercato si è trovata senza nessun mezzo di sostentamento. In queste condizioni per molti contadini l’unica via di uscita rimaneva l’emigrazione.
L’apertura dell’Albania è avvenuta in un momento storico in cui la globalizzazione cominciava a far sentire i suoi effetti. È noto che il fenomeno della globalizzazione si ricollega all’intensificazione degli scambi in tutto il mondo, il che porta alla crescita delle possibilità di chi emigra. È poco probabile, però, che la globalizzazione abbia influito sull’emigrazione albanese, poiché l’Albania non faceva parte a pieno titolo del circuito dell’economia internazionale. Tuttavia, si può supporre che la domanda di manodopera nei paesi occidentali come l’Italia, la Grecia, gli Stati Uniti, il Canada, eccetera, abbia influito notevolmente, come un fattore di attrazione, sulla decisione degli albanesi di emigrare.
Non ci sono dati precisi, ma è lecito presumere che negli anni del boom economico albanese (1995-1996) i motivi economici non siano stati determinanti – almeno per alcune aree e ceti sociali – nella scelta di lasciare il paese. Ciò non tanto per quello che offriva l’economia albanese in termini di guadagni e di livello di vita, quanto per l’ottimismo e la fiducia che circolavano tra gli albanesi in quegli anni. Infatti, in quel periodo non mancarono i casi di rientro dall’estero, cioè molti emigrati albanesi decidevano di ritornare in Albania per riprendere a vivere nel proprio Paese.
Il periodo post-comunista ha permesso ai rapporti politici, economici e culturali dell’Albania con i Paesi occidentali di uscire dall’ibernazione in cui si trovavano prima. E l’emigrazione può essere vista come conseguenza della rigidità dei confini dell’area adriatica. Tuttavia, nella tessitura dei rapporti rimasti in sospeso per parecchi decenni, l’emigrazione ha svolto un ruolo regolatore e stimolatore, aumentando gli scambi dell’area e ripristinando il movimento interrotto artificialmente dalla cortina di ferro.
Le ragioni dell’esodo del 1997 sono state diverse. Gli albanesi erano costretti a scappare da un Paese in preda al caos totale, con istituzioni statali inesistenti e un’economia gravemente compromessa. Il saccheggio dei depositi d’armi e i tumulti diffusi nel Paese che seguirono il crollo delle società piramidali misero in primo piano la questione della sicurezza. I cittadini albanesi non si sentivano sicuri in un paese dove circolavano più di mezzo milione di armi e dove lo Stato non riusciva a ripristinare l’ordine pubblico. Un’indagine svolta tra gli albanesi arrivati in Puglia nel 1997, rivelava che il 77,1% degli intervistati aveva dichiarato di essere arrivato in Italia a causa del caos politico in Albania, il 40,7% per cercare lavoro, il 29% per migliorare la vita e solo il 5,1% per motivi di studio. Chi decise di rimanere all’estero anche dopo il relativo miglioramento della situazione, lo fece perché non vedeva nessuna luce dal tunnel in cui l’Albania si era cacciata.
La tipologia dei motivi non può esaurirsi con quelli di natura politica e/o economica. In questo quadro il carattere meccanico e rigido della dialettica push/pull (fattori di spinta e di attrazione) non aiuta la completa comprensione dei motivi che stavano e stanno alla base della partenza degli albanesi. Spesso la ricerca ossessiva di un visto sul passaporto si può spiegare con motivi individuali che poco hanno a che fare con le interpretazioni sistemiche e strutturali dei movimenti migratori. Un fratello rimasto da solo in Albania, mentre tutti gli altri risiedono all’estero, è più tentato ad attraversare il mare di un altro che si trova nella situazione contraria. Molti genitori albanesi, rimasti soli poiché i figli sono emigrati, sono quasi obbligati ad accettare il ricongiungimento familiare come l’unica alternativa che risolve anche i loro problemi di assistenza sanitaria.
In molte famiglie albanesi accade frequentemente che emigrino solo una o due persone, le quali fanno da avanguardia ad altri probabili arrivi, oppure costituiscono una fonte di investimento per l’attività economica familiare (con le rimesse dell’emigrante si costruiscono case o si mettono su imprese familiari).
Altre persone lasciano l’Albania semplicemente perché desiderano assicurare alla propria famiglia (e in primis ai figli) un futuro migliore. Ciò non è spiegabile con i soldi della busta paga del capofamiglia, che in Patria potrebbe avere anche uno stipendio decente, ma con il livello modesto della scuola e con il mancato riconoscimento dei suoi titoli da parte di altri Paesi europei.
Nella fase attuale dell’emigrazione albanese influiscono notevolmente anche i rapporti interpersonali e familiari. Questi rapporti (o “network di relazioni”, come li chiamano gli studiosi del fenomeno) regolano sensibilmente i movimenti degli emigranti albanesi. I cugini, gli amici, o altri conoscenti che vivono all’estero, costituiscono un invito e una possibilità per un albanese che voglia iniziare una nuova vita.
Lasciare il proprio Paese è un atto traumatico per chicchessia. Si tratta di un passo importante che per maturare ha bisogno (salvo i casi di emergenza) di una profonda riflessione. Ogni individuo prima di intraprendere questo passo tiene presente il rapporto costi/benefici e poi decide di conseguenza. Questo non significa che sul piattino dei benefici si mette solo la busta paga occidentale. Possono pesare di più altre cose che in Albania difettano: luce, acqua, sicurezza, sanità, eccetera. Qualcuno ha raccontato di essere andato via perché non sopportava la corruzione dilagante, la mancanza di etica, la mentalità sul luogo di lavoro, l’arroganza del potere, la brutalità dell’economia di mercato, lo sprezzo della dignità umana, le differenze spropositate dei redditi, e così via.
Certamente, l’Albania non è l’unico paese al mondo che soffre di queste piaghe sociali, ma nella decisione di emigrare non è importante quale sia il livello reale di povertà, di difficoltà economica, o di altro disagio sociale e psicologico; importante è come questi disagi vengano percepiti e quanto vengano considerati intollerabili nel momento del confronto con la realtà di altri Paesi. E nell’epoca della televisione, basta un telecomando per farlo.

L’emigrazione del padellone
L’Albania dei primi anni novanta, appena uscita dai misteri del comunismo autarchico, è stata percepita, all’esterno, come una miniera d’oro, in cui potevano essere sperimentate o messe in atto le curiosità antropologiche e sociali, o pseudo-tali, di studiosi e osservatori d’ogni genere. Le febbri mediatiche colsero centinaia di giornalisti, teleoperatori, fotografi e studiosi da ogni parte del mondo, i quali accorsero a toccare con mano e descrivere al mondo i misteri di un Paese fino ad allora del tutto sconosciuto. In tutti i documentari, i servizi, gli articoli, le analisi del tempo, era inesorabilmente presente un elemento tipico della realtà post-dittatoriale albanese, che per sua stessa natura, risultava facilmente narrativizzabile e sufficientemente attraente per l’immaginario occidentale: l’antenna parabolica, popolarmente detta “padellone”.
Nei media occidentali, il padellone ha assunto pose e significati tra i più originali ed è stato documentato in tutte le sue forme: in gruppo (sulle pareti dei palazzi cittadini a molti piani); in solitudine misera (sui tetti delle case di campagna); in solitudine opulenta (sulle ville dai tetti rossi dei nuovi ricchi); in coppia (sul balcone degli assetati di infiniti canali televisivi).
Pochi degli osservatori stranieri sapevano che i padelloni – giganteschi bottoni digitali che post-modernizzavano gli sbrecciati palazzi albanesi, chiudendo i loro abitanti in casa e nello stesso tempo aprendo loro il mondo – non erano orfani, nel senso che potevano vantare illustri predecessori. Nessuno dei fotografi stranieri – ora smaniosi di immortalare le antenne paraboliche – era stato testimone dei tentativi e degli sforzi estenuanti che facevano gli albanesi durante il regime, per trovare uno schema funzionale che facesse da antenna analogica del televisore: elementi di rame, tubi di rame, aste di alluminio, tubi di alluminio o qualche altro materiale incredibile per captare le onde dei canali stranieri. Nessuno di loro aveva passato ore e ore sui tetti dalle tegole rotte e sulle terrazze bollenti di bitume, a cercare di mettere in piedi il contatto col mondo, tra cemento, calcina e ferraglie di ogni tipo, come invece aveva fatto la maggior parte dei giovani albanesi.
Per quelli che non hanno vissuto quel periodo è difficile immaginare le tattiche di mimetizzazione e depistaggio che venivano messe in atto per sfuggire all’occhio vigile del capo del “Fronte”, dello spione a pagamento, oppure degli zelanti di natura, sempre pronti a scoprire qualche nemico di turno, che voleva vedere e assaggiare il frutto proibito, il mondo occidentale “decadente”. A quel tempo, la fantasia e la capacità di nascondere le antenne toccò il culmine, arricchendo la tipologia dei mimetismi addirittura con antenne collocate tra le fronde degli alberi o antenne notturne, che di giorno dormivano negli scantinati e di notte spuntavano sui balconi puntate verso il mare, a caccia di onde. Il desiderio di collegarsi in qualche modo col mondo esterno era così forte che spesso si sfidava non solo la paura del regime totalitario, ma anche la stessa logica, giustificando le antenne e le loro posizioni con le bugie più incredibili.
La fine del totalitarismo coincise, naturalmente, con la fine della clandestinità delle antenne. Le terrazze, i tetti, i balconi albanesi si infoltirono di antenne di ogni tipo e forma. Sempre negli anni novanta, la realtà albanese dimostrò che la somiglianza delle antenne paraboliche con i funghi non si limitava all’aspetto, ma riguardava anche la diffusione. In poco tempo, molte famiglie si attrezzarono con antenne digitali, investendo in questo modo quel poco denaro di cui disponevano. Gli albanesi preferivano spendere il loro denaro in antenne, perché i saç (i padelloni) – non è forse significativa la ripresa di questo termine che ha attinenza con la cucina? – garantivano loro quel cibo spirituale indispensabile per sentirsi vivi e interattivi in questo mondo, per evadere dall’isolamento tanto immaginario quanto sostanziale, per rompere la fredda solitudine e il profondo smarrimento che li avevano angosciati tutta una vita.
Mentre l’apoteosi dei padelloni raggiungeva il suo culmine, per calare e tornare a rialzarsi a seconda delle oscillazioni dei media e della società albanese, l’emigrazione coinvolse quasi un terzo della popolazione. In meno di quindici anni, centinaia di migliaia di albanesi lasciarono le loro case per stabilirsi in Europa, in America e altrove. Durante questi anni impetuosi, pur tra molte difficoltà e contraddizioni, gli emigranti albanesi hanno raggiunto una certa stabilità e una certa integrazione nei rispettivi Paesi d’accoglienza. Nessuno ne ha mai parlato, ma non c’è dubbio che, tra gli indici di stabilizzazione, un posto di tutto rilievo ha la comparsa di padelloni, sempre più numerosi, sui tetti delle loro abitazioni, all’estero. Infatti, il montaggio di un padellone testimonia di per sé che l’emigrante ha raggiunto un buon livello di stabilità, che gli consente almeno di disporre di un’abitazione propria, il che non è poco, visto che l’abitazione è correlata al lavoro, alla famiglia e così via.
Ma perché mai all’estero si parla sempre più di decoder, gradi a est, symbol rate e frequenze? Perché tutta questa offensiva mediatica per vendere agli emigranti bouquet di canali tra i più diversi? Perché nei vari bouquet ricorrono canali che trasmettono film albanesi in bianco e nero, musica popolare albanese, notizie in tempo reale?
I primi anni di emigrazione coincidono spesso anche con l’immersione nei media locali, che in parte dipende da condizioni logistiche e in parte è legato a quella sorta di offensiva che l’emigrato intraprende ai fine di integrarsi nel Paese d’arrivo. Molti emigrati albanesi, passata l’ubriacatura delle televisioni straniere, hanno cominciato a cercare – per aggiustarsi lo stomaco – canali televisivi albanesi. Al principio, veniva trasmessa via satellite solo la televisione di Stato (Tvsh), mentre adesso non c’è che l’imbarazzo della scelta. Ma la ragione del successo che il padellone riscuote anche all’estero non è solo nell’offerta tecnologica allettante, anche se questa ha contribuito non poco a far sì che, con una modica spesa, gli emigranti albanesi possano collegarsi col Paese d’origine.
L’emigrazione deterritorializza necessariamente gli emigranti, catapultandoli in Paesi diversi. Molte famiglie albanesi, una volta rigidamente patriarcali e legate tra loro, si trovano adesso disperse in vari Paesi e continenti. La tecnologia moderna dà loro la possibilità di mantenere i legami spirituali e umani di un tempo. In questo senso, il padellone, così come anche il telefono cellulare, è veramente uno strumento importante per la soddisfazione delle esigenze spirituali dell’emigrante.
Da una parte, il padellone serve agli emigranti per divertirsi, tenersi informati, rilassarsi, o semplicemente per seguire la routine televisiva abituale; dall’altra li reinserisce in un contesto in cui possono coltivare la propria albanesità, usando, elaborando e rimeditando i testi, le narrazioni e le simbologie, in molti casi attuali, che si rendono loro disponibili. L’esigenza di ritrovarsi entro un’infosfera albanese, dove ascoltare e usare esclusivamente la lingua albanese, deriva dalla necessità di evadere dalla realtà dell’emigrazione, che, unidimensionale o multidimensionale che sia, non coinvolge la dimensione identitaria originaria della persona emigrata. Vivendo, mediaticamente, in un’infosfera informativa alternativa, ma non esclusiva, l’emigrante contrasta anche la propria “sindrome dell’isola”, che talvolta diventa sinonimo di solitudine e mancata integrazione. È chiaro che, all’estremo opposto, troveremmo un individuo che vive fisicamente in una realtà e mentalmente in un’altra. In altre parole, avremmo un padellone che divide invece di creare legami. Ma, nel caso albanese, per la stessa mentalità sostanzialmente aperta degli immigrati, questa evenienza sembra alquanto inve-rosimile, mentre appare più realistica la figura dell’immigrato nel quale si intrecciano e si intersecano, contemporaneamente e in modo dinamico, due infosfere, quella del Paese di accoglienza e quella del Paese d’origine.
L’esigenza degli immigrati di assicurarsi la propria continuità culturale, anche in conseguenza della propria coerenza identitaria interna, si manifesta in un periodo in cui nei Paesi occidentali è in aumento il numero degli albanesi di seconda generazione, di quelli, cioè, che sono nati e stanno crescendo all’estero. A questo proposito, si possono rilevare modelli di integrazione diversi, ma quello che vede i genitori impegnati a trasmettere ai figli la lingua e la cultura albanese non appare affatto minoritario. Questa è anche la ragione per cui spesso il padellone viene acquistato più per i figli che per se stessi, perché la televisione albanese serve anche a mantenere viva o ad apprendere la lingua albanese. In qualche modo, il padellone tiene aperte le porte della comunicazione con l’Albania, informando l’emigrante sui cambiamenti che intervengono nel Paese, e, quindi, tenendolo potenzialmente pronto a reinserirsi nel contesto sociale della madrepatria.
Tutti sono a conoscenza della stigmatizzazione brutale operata dai media occidentali a danno degli albanesi e dell’albanesità. L’installazione dei padelloni da parte degli emigranti, i quali sono consumatori abituali dei media del Paese di residenza, va vista anche come una valvola di scarico, una reazione naturale nei confronti di un’infosfera che ha negativizzato e discriminato la loro identità. Da questo punto di vista, le televisioni albanesi assumono la funzione di un rifugio virtuale dove si può cancellare l’estraneità e l’alienazione, oltre che la funzione di una libera palestra dove esercitare e ricaricare senza intermediazioni la propria identità albanese.
La fenomenologia del successo dei padelloni in Albania e quella della loro diffusione presso gli albanesi all’estero presentano interessanti analogie. In entrambi i casi, questi giganteschi occhi digitali sempre aperti sono alla ricerca di messaggi che leghino, uniscano, favoriscano incontri. È il senso di appartenenza che costringe i padelloni a cercare onde televisive nello spazio, dove il globale e il locale vagano in modo caotico, in attesa di assumere un significato sulla terra. In entrambi i casi, abbiamo a che fare con isole umane che non vogliono scomparire nel fondo dell’oceano senza lasciare almeno una piccola traccia di sé, isole che vogliono sentirsi vive e dare un qualche significato alla propria esistenza nell’intricato arcipelago dell’Umanità.
Benché gli operatori del settore abbiano messo da tempo gli occhi su questa nuova e lucrosa fascia di consumatori, la diffusione del padellone tra gli albanesi in Occidente non ha attirato l’attenzione degli osservatori. D’altra parte, l’iconografia urbana occidentale è ben lungi dall’essere raffrontabile con quella dell’Albania, dove l’intreccio del post-moderno e del medioevale genera paesaggi surreali degni di certi film di fantascienza. Ne consegue che, in Occidente, il fenomeno dei padelloni resta in ombra, perché spesso essi possono servire come strumento di mimetizzazione, visto che, negli ultimi anni, le televisioni digitali si sono diffuse ampiamente anche qui. Quale vicino di casa o osservatore occasionale sarebbe capace di capire su quali gradi è orientato esattamente il padellone? Nessuno. La loro presenza si avverte, però, anche nelle trasmissioni albanesi, dove i messaggi vocali o gli sms inviati dagli emigranti sono a volte dominanti. Ma di quale cultura albanese si alimentano gli emigrati per mezzo delle televisioni della madrepatria, e che tipo di valori vengono loro proposti? Questa è senz’altro una questione diversa, ma non poi troppo diversa, per gli interessi dell’Albania e degli albanesi, ovunque si trovino.

Rando Devole

Ultimo aggiornamento Giovedì 30 Maggio 2013 18:03