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Alcuni dati, aggiornati alla fine del mese di ottobre del 2009, descrivono efficacemente la situazione di tensione in cui vertono le carceri in Italia e sono necessari per contestualizzare alcuni eventi drammatici che hanno colpito l’opinione pubblica nelle ultime settimane (la morte di Stefano Cucchi, il suicidio di Diana Blefari). Il numero degli istituti penitenziari attivi è fermo a 206 nonostante ce ne siano alcune decine già realizzati e mai entrati in funzione – un esempio particolarmente istruttivo è quello del carcere di Gela, progettato nel 1959 e inaugurato numerose volte nel corso degli anni, ma mai utilizzato. Questi potrebbero rappresentare, se si investisse per renderli agibili, una delle possibili soluzioni al problema del sovraffollamento. Sempre meglio questa rispetto all’utopia negativa che pretende di inseguire, edificando sempre nuove celle, la crescita abnorme dei reclusi, dovuta all’aumento delle fattispecie penali e delle sanzioni detentive. Tutto ciò, sia chiaro, se si continua a rifiutare la sola strategia ragionevole che andrebbe adottata: quella della depenalizzazione/decarcerizzazione. Ovvero ridurre il numero di atti da punirsi come reati e ridurre il numero di sanzioni che comportino la reclusione in cella. I dati del Dap, infatti, riportano la presenza di oltre 65mila detenuti (imputati e condannati) a fronte di una capienza regolamentare di 43 mila posti e di una tollerabile di 64mila. L’incremento registrato nel corso del 2009 è di circa 700 unità per mese. I detenuti, perciò sono costretti a vivere in spazi ristretti (fino a 6 in 9 metri quadri). Una tale situazione danneggia tutte le componenti del sistema carcerario. I poliziotti, per esempio, svolgono il loro servizio con grande fatica, anche perché solo un numero esiguo di essi (circa 16 mila) opera all’interno degli istituti. Infine, un dato che completa il quadro è rappresentato dai morti dietro le sbarre: 148 dall’inizio dell’anno, 61 dei quali suicidi (15 volte più frequenti rispetto a quelli registrati all’interno della popolazione non reclusa). Il caso di Stefano Cucchi rientra tra i morti di carcere nel mese di ottobre. Stefano è deceduto, all’età di trentuno anni, il 22 ottobre nel reparto detentivo dell’ospedale romano Sandro Pertini. È deceduto dopo una settimana di sofferenza, cominciata giovedì 15 ottobre in tarda serata, quando viene fermato, con un modesto quantitativo di droga, al parco degli acquedotti a Roma. La successiva perquisizione della sua stanza, in casa dei genitori, non dà alcun risultato, ma viene portato nella celle di sicurezza di una caserma dei carabinieri. Alle ore 12 del giorno successivo, viene condotto in aula per l’udienza di convalida dell’arresto. In questa occasione i genitori notano il volto gonfio e i lividi intorno agli occhi. Alle ore 14 viene visitato nell’ambulatorio del palazzo di Giustizia dove gli vengono diagnosticate “lesioni ecchimotiche in regione palpebrale inferiore bilateralmente” e dichiara “lesione alla regione sacrale e agli arti inferiori”. Il referto della successiva visita medica effettuata all’interno del carcere Regina Coeli, parla di “ecchimosi sacrale coccigea, tumefazione del volto bilaterale orbitaria, algia della deambulazione”. Da qui viene trasportato all’ospedale Fatebenefratelli e successivamente nel reparto detentivo del Sandro Pertini. I genitori, avvisati del ricovero, si presentano all’ospedale per poter visitare il figlio o parlare con i medici, ma, ciò, viene loro negato. Dopo di che una serie di rifiuti raccolti nel corso di una trafila burocratica snervante e che si rivela, poi, del tutto inutile. Accade così che i genitori vengano avvisati della morte del figlio tramite la consegna di un documento che richiede la nomina di un consulente di parte per l’autopsia. L’aspetto più drammatico di questa vicenda è che Cucchi, già all’arrivo in caserma (notte tra il 15 e 16 ottobre), chiede che venga avvisato il proprio avvocato di fiducia indicato con nome e cognome. Cosa che non gli è stata concessa. E questo, probabilmente, è all’origine della dinamica che porta alla sua morte. Per protesta, Cucchi rifiuta l’alimentazione e l’idratazione. Non è una illazione. È quanto viene puntigliosamente riportato dal diario sanitario del Pertini: “ha rifiutato qualsiasi terapia endovenosa (…) ha affermato di rifiutare di alimentarsi (…) finché non parlerà con il suo avvocato”. Dunque, all’origine di questa vicenda c’è una palese e gravissima violazione di un diritto fondamentale della persona: quello all’assistenza legale sin dal primo momento della privazione della libertà. Il caso Cucchi è solo l’ultimo, tra quelli riportati dalla cronaca, in cui le morti in carcere, sono da ricondursi all’improprio uso della forza fisica ai fini di tenere sotto controllo un sistema che fa acqua da tutte le parti. Sia chiaro: il ricorso alla violenza non è la regola quotidiana, dal momento che – in un certo qual modo – non ce n’è bisogno: il carcere è un sistema di intimidazione e di disciplinamento, capace di garantire l’ordine quasi naturalmente. Da questa fisiologia della repressione sfuggono, occasionalmente, gesti incontrollabili: la violenza, la vessazione, l’autolesionismo, l’induzione al suicidio. In genere, passa tutto sotto silenzio. Questa volta, forse no. Luigi Manconi e Valentina Brinis
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