Archivio Luglio - N. 109 Senza precedenti: Bianca Guidetti Serra, avvocato
Senza precedenti: Bianca Guidetti Serra, avvocato
Scritto da Antonella Tarpino   
Nel lontano Natale del 1975 l’avvocato penalista Bianca Guidetti Serra incontra i sindacati torinesi per valutare insieme la loro disponibilità a costituirsi parte civile in quello che è passato alla storia come il processo alle schedature Fiat (lo spionaggio aziendale sui comportamenti privati e gli orientamenti politici dei dipendenti). “Ci sono dei precedenti?” è la domanda che Emilio Pugno, allora segretario della Camera del lavoro, le rivolge. “Nessuno” risponde la Guidetti Serra. Poche settimane dopo il dibattimento ha inizio.
Senza precedenti: questa espressione mi è risuonata più volte nella testa mentre leggevo e rileggevo le tante storie della sua vita: un lavoro di anni condotto in un dialogo quotidiano con Santina Mobiglia (“Bianca la rossa”, Einaudi) scavando nella memoria e tra le preziose carte conservate negli armadi di casa. In effetti, ho concluso, a stesura ultimata, pochi precedenti ha sicuramente l’intera esperienza biografica e professionale di Bianca Guidetti Serra: fin dagli anni della Resistenza quando aderirvi non significò semplicemente il pur impegnativo e pericoloso compito della staffetta partigiana. Bianca fondò con Ada Gobetti, Maria Negarville e altre esponenti fra il ’43 e il ’44 i “Gruppi di difesa delle donne per l’assistenza ai combattenti della libertà” che si estesero a quasi tutte le province dell’Italia occupata fino a essere riconosciuti dal Comitato di liberazione nazionale Alta Italia, un esempio di resistenza civile organizzata soprattutto fra le operaie e le casalinghe che svolsero un ruolo cruciale nella preparazione dello sciopero preinsurrezionale del 18 aprile 1945. Parliamo di circa 70.000 donne (la prima volta che le ho sentito pronunciare quel numero con il tono sommesso proprio di chi ha davvero fronteggiato eventi fuori misura ho avuto un sobbalzo). Questa esperienza la porterà a Roma, insieme ad Ada, da Ferruccio Parri: nell’attesa – è un’immagine incancellabile nella memoria – lei e Ada, sedute sbrigativamente sui gradini di un marciapiede, solidarizzano commentando complici gli incontri di quelle giornate. Quasi che la Storia si costruisca – sembrano suggerire i suoi ricordi – nelle storie ordinarie della vita.
Del resto anche il “fuori misura” per eccellenza, la tragedia della Shoah entra nel racconto di Bianca in sordina. Quando, ricevendo la cartolina fattale avventurosamente recapitare dall’amico Primo Levi con il misterioso bollo di Auschwitz, Bianca confessa di aver provato “un grande sollievo”. Un termine solo apparentemente stonato perché, è vero, l’esperienza dello sterminio, e i suoi luoghi, erano, per chi ha vissuto quegli anni, a loro volta senza precedenti, ancora impensabili. La forza della memoria di Bianca Guidetti Serra sta proprio nel coraggio di restituire, attraverso il racconto quasi stupito del passato, lo stacco tra le parole e gli eventi del vissuto, e il significato di cui solo in seguito questi hanno finito per gravarsi.
Anche il dopoguerra riserva a Bianca situazioni inedite, forse meglio dire controcorrente, proprio in mezzo ai “suoi” tra le file del Pci di cui è un’attiva militante. È un’adesione la sua che mostra nel profondo il senso della scelta comunista maturata negli anni della guerra, quando, come assistente sociale in fabbrica, veniva chiamata a trattare questioni di vita o di morte quali l’interruzione del lavoro in caso di bombardamenti aerei: si doveva staccare, per scendere nel rifugio, solo al suono dell’allarme ultimo, come pretendevano le direzioni aziendali (incredibile se ci si pensa) o fin dal preallarme? Era un margine di pochi minuti che poteva significare la salvezza o la fine in trappola per chi lavorava.
Ma il corso violento della storia del comunismo la sospingerà ai margini del partito, tra le file degli eretici: lo scenario è quello, ancora una volta incandescente, del ’56, i giorni dell’invasione sovietica dell’Ungheria che lacerarono l’area comunista. In Italia ce li hanno raccontati di recente Rossana Rossanda e Pietro Ingrao nelle loro autobiografie ma è indubbio che i conti col partito entrambi li faranno molto più tardi. Bianca invece esce allo scoperto subito: alla fine di una movimentata riunione in federazione l’avvocatessa Bianca Guidetti Serra (nelle parole riportate da un documento della Prefettura di Torino ritrovato rocambolescamente dal cognato Paolo Spriano) “in netto dissenso sull’intervento sovietico”, come del resto “il giornalista Italo Calvino”, ha “corso il serio pericolo di essere malmenata” ed “è stata vista uscire dalla sede della federazione pallidissima ed in preda a una forte agitazione”. Anche in questo caso il racconto di Bianca si sdoppia e ricorre (quasi indagando sul suo doppio) a un registro parallelo: lo sguardo da fuori. Le cose a modo loro – le carte – parlano per lei.
“Fuori”, del resto, si metterà lei stessa, di lì a poco, dal Pci, privilegiando una militanza nella società e non nei partiti, valendosi della sua consolidata attività professionale. Tanto impegno a fianco del sindacato e delle donne per i diritti del lavoro femminile (memorabile l’episodio dello sciopero a Torino nell’immediato dopoguerra, quando, di fronte al rifiuto dell’Unione industriale di riceverle in delegazione, un folto gruppo di donne fa irruzione nel palazzo e circonda un dirigente fino a sospingerlo pericolosamente sull’orlo di un terrazzo). È un lavoro, il suo, infaticabile (lo attestano i molti che in quegli anni le sono stati vicini) tutto proteso alla difesa, si potrebbe dire parafrasando i libri di una storica francese, Arlette Farge della vita fragile: come dimostra l’impegno profuso per la salvaguardia dell’infanzia abbandonata, i più deboli per antonomasia.
Ma la biografia di Bianca non si ferma alle tappe canoniche della sua generazione: Resistenza, impegno politico e sindacale, e poi fascinazione del Sessantotto. Avvocato penalista di punta, si ritrova investita dall’onda d’urto degli “anni di piombo”. Dalle prime avvisaglie fino al processo di Torino alle Brigate Rosse. Tra le vicende premonitrici di cui, osserva, all’epoca non si colse tutta la portata, figura il processo alla strana banda Cavallero: nelle pagine del libro ritroviamo la figura dolente di Argenide, la mamma di Adriano Rovoletto, i deliri rivoluzionari di Piero Cavallero ma anche il racconto della lunga battaglia che Bianca Guidetti Serra avvierà in quegli anni contro la pena dell’ergastolo. Un peso decisivo avranno in futuro le parole con cui uno degli imputati, Sante Notarnicola, descrive il suo ingresso nel carcere duro di Volterra ormai ergastolano: “Era di sera. Arrivo e mi portano in una specie di corridoio (…). C’era un televisorino e una cinquantina di persone, tutte anziane. Vedo tutti questi vecchi ergastolani, ‘senza fine’. Seduti su sgabelli, in silenzio, che guardano. (...) Lì vidi l’ergastolo, proprio lo vidi e che cosa significava….Prima ti dici: no, non posso accettare tutto questo e pensi di farla finita, pensi che vai in cella e attacchi una corda, (…) ecco, passi questo travaglio. Poi ti viene la ribellione. Così cominciai a sentirmi innocente nonostante la pesantezza delle imputazioni delle quali ero cosciente”.
Dai “Banditi a Milano” (il titolo del film che Carlo Lizzani girò nel 1968) la scena si sposta di nuovo a Torino: nelle aule giudiziarie del grande processo ai capi storici delle Brigate Rosse iniziato il 17 maggio 1976: un evento ancora una volta “senza precedenti”, per la stessa anomalia giuridica del dibattimento, quando gli imputati ricusarono il collegio dei difensori (Bianca Guidetti Serra difende un’anziana partigiana comunista deportata a Ravensbruck, detta Nonna Mao e sarà nominata d’ufficio per altri imputati). Di nuovo testimone di se stessa. Oltre che degli storici eventi di cui è chiamata a far parte nel collegio degli avvocati tenuti a garantire il regolare svolgimento del processo.
Sarà nominato Fulvio Croce, il Presidente dell’Ordine degli avvocati, difensore d’ufficio di tutti gli imputati. Bianca lo incontra qualche sera prima che venisse ucciso, imperturbabile, lieve nella conversazione. Il carattere surreale di quelle tragiche giornate è restituito nelle pagine del libro ancora una volta attraverso le parole stralunate del verbale del tribunale: quando, insieme alle ingiurie e alle truci minacce, rivolte ai “difensori di regime” Bianca descrive il lancio di scarpe contro il banco degli avvocati e (così riporta puntigliosamente il testo) “la scarpa di Franceschini viene raccolta dall’imputata Carletti Cesarina e riconsegnata allo stesso detenuto mentre le altre scarpe, quelle di Ognibene, vengono custodite nella Cancelleria.”
In parallelo, piovono nell’aula i macabri comunicati dei brigatisti: è Prospero Gallinari a rivendicare, a poche ore di distanza dall’omicidio, l’uccisione di Francesco Coco, il procuratore generale di Genova. A seguire, una dopo l’altra l’esecuzione del giornalista Carlo Casalegno nel novembre del 1977, del maresciallo Rosario Berardi il 10 marzo del 1978, della guardia carceraria Lorenzo Cotugno l’11 aprile in un crescendo fino alla rivendicazione in aula, il 10 maggio, dell’omicidio di Aldo Moro. Il proclama fu letto, replicando il solito copione, da Curcio e Franceschini.
Nel libro di Bianca Guidetti Serra brandelli di quotidianità ci raccontano l’anima di un Novecento tumultuoso sempre in procinto di travolgere la normalità minacciata della vita. Fragile di fronte alla statura degli eventi e alla loro violenza, coriacea nel lavoro, infaticabile della sopravvivenza organizzata giorno dopo giorno. “Straordinario” e “quotidiano” si fiancheggiano nel racconto epico e insieme minuto di una storia che sfiora il secolo.
Così, se ci è dato osservare l’operare del Cln dai gradini antichi di Roma o il processo alle Br attraverso le suole delle scarpe dei terroristi, sono invece i miseri donativi distribuiti dalla Fiat – in periodi non dissimili – ai cosiddetti “collaboratori esterni” (zelanti funzionari di uffici amministrativi, appartenenti al Corpo di pubblica sicurezza, all’Arma dei carabinieri, esponenti della Questura) che restituiscono il volto più desolante della Torino città fabbrica nell’età della sua massima espansione. Voglio riportarli (fedele allo stile di Bianca) nella loro più scarna sequenza: “portapane piccolo argento”, “bollilatte porcellana con cioccolatini + orologio a cipolla”, “portagrissini in argento”, “plaid + colonia e saponette”…
Forse sono proprio queste figure disincantate del racconto a fare della memoria di Bianca Guidetti Serra un potente solvente in grado di dissolvere i luoghi comuni che attraversano la storia proprio mediante le parole eversive del vissuto. Ma la storia di Bianca va molto oltre le parole. “Mi è piaciuto il fare”, come del resto ai molti esponenti e amici della sua generazione, “nel mio operare ho anteposto i fatti concreti ai discorsi, la moralità delle persone alle idee. Non voglio dire che le parole e le idee non contino, ma sono più volatili, possono essere piegate a fini diversi”, “non mi sono mai sentita antagonista per principio; quando mi sono battuta contro qualcuno era per difendere qualcun altro”.
Fare, allora, testardamente anche “senza bisogno di sperare né necessariamente di riuscire” secondo il monito di Guglielmo il Taciturno: in questo primato dell’iniziativa come valore in sé, unico in grado di contrastare i lati oscuri del tempo, sembra riassumersi il senso più pieno della vita di Bianca Guidetti Serra. E a noi, oppressi da un senso crescente di fragilità e di impotenza nel nostro opaco presente, non resta che esserle sinceramente grati.
Antonella Tarpino