La Roma “post” di Alemanno
di Mattia Diletti e Mattia Toaldo
Più o meno due anni fa è uscita la nuova edizione delle “Lettere” di Giacomo Leopardi, curata da Rolando Damiani. In una sezione di queste “Lettere” Leopardi parla di un suo soggiorno a Roma avvenuto nel 1823 (il primo lontano dalla famiglia, a 24 anni). Leopardi ebbe la fortuna di essere ospite degli zii nel palazzo Antici-Mattei, in Via Caetani, ma nelle missive spedite a suo padre e al fratello si svela, via via, l’infrangersi del sogno: si spezza l’immagine di una Roma mitica, epica e letteraria. Leopardi finisce con l’essere respinto da ciò che vede e respira, soprattutto nella casa che lo ospita, dove regna “un orrendo disordine, confusione, nullità, minutezza insopportabile e trascuratezza indicibile”.
è una famiglia di chiacchieroni, sguaiata, che non tiene per sé nulla e sbandiera quello che ha e che pensa ai quattro venti più per noia che per altro (Emanuele Trevi, su “la Repubblica”, ha commentato le vicende di questa famiglia e l’orrore di Leopardi in un articolo divertente e facilmente reperibile in rete). La massima aspirazione di zii e cugini è “uscire, vedere e tornare a casa”, senza mai un senso e un obiettivo, poiché i loro gusti erano “momentanei, indefinibili, imprevedibili, inafferrabili”, in un circuito di noia e pettegolezzo romano. Per Leopardi, a un certo punto, non vi fu che la fuga.
Quante volte, tutti noi (chissà, a volte con spirito anche troppo moralista), abbiamo provato lo stesso disagio per la Roma di oggi, la Roma dei festival di qualsiasi cosa che impone di “uscire, vedere e tornare a casa” quale manifestazione principale dell’esistenza. Un fastidio crescente e un lento ribollire di frustrazioni, rabbie e irritazione che si è diffuso – per le ragioni le più diverse – e che ha generato quella che un’ex-amministratore della città (Walter Tocci, il vice-sindaco degli anni di Rutelli) ha giustamente definito “una pasquinata di massa”, consumata nelle urne elettorali romane. In attesa della capitolazione di Napoli e della Campania, si tratta della fine della “gloriosa” stagione dei sindaci italiani, attraverso un accanimento elettorale (avvenuto tra primo e secondo turno) contro il re ormai nudo.
Queste elezioni romane possono fornire gli spunti più diversi per tracciare i bilanci che riguardano la città: le nuove – e antiche – stratificazioni sociali, la geografia socio-urbanistica, le politiche dell’esclusione e della marginalizzazione, l’organizzazione dei corpi e corpaccioni sociali, quelli nuovi e quelli imperituri. E anche i processi di personalizzazione della politica e delle istituzioni (l’architettura personalistica dei meccanismi istituzionali che presiedevano al veltronismo municipale); l’involuzione delle culture politiche; la logica di funzionamento delle democrazie elettorali nelle quali viviamo qui in occidente. E soprattutto ci offre l’occasione di ragionare sull’antropologia del potere politico, nel passaggio di consegne (veramente così epocale?) tra la giunta di Veltroni e quella di Alemanno, il nuovo che avanzava ed è marcito e il nuovissimo ora in carica.
Questo intervento si occuperà in particolare di quest’ultimo aspetto, cercando di non trascurare gli altri. Va intanto messo a fuoco un punto: la vittoria elettorale di un candidato della destra sociale (il segmento a lungo meno integrato della destra post-fascista di origine missina, cosa ben diversa dall’universo di Fini, Gasparri, La Russa...) non rappresenta la calata dei barbari in una roccaforte di civiltà. La destra non ha affatto sfondato: Alemanno ha vinto conquistando nel ballottaggio 16 mila voti in meno di quelli ottenuti da Antonio Tajani nel 2001, quando quest’ultimo perse a vantaggio di Veltroni. La barbarie, forse, era già liberamente in circolazione e se ne infischiava dei dati elettorali.
Un’analisi dei dati un po’ meno superficiale di quella condotta da molti quotidiani permette di capire meglio cos’è successo: i 783 mila voti presi da Alemanno al ballottaggio sono dentro la fascia di oscillazione del centrodestra nelle elezioni degli ultimi 15 anni; dall’altro lato invece Rutelli ha perso 200 mila voti rispetto alla media del centrosinistra nello stesso periodo, ben 279 mila in meno di quanti ne prese lui stesso nel 1993 contro Fini. Guarda caso, il calo dell’affluenza (sia rispetto al primo turno che rispetto alla prima vittoria di Veltroni sette anni fa al ballottaggio contro Tajani) è di oltre 200 mila voti.
È evidente come una parte consistente di popolo abbia fatto ricorso al principale strumento di ribellione concesso da questi sistemi politici (incentrati tutti sulla competizione elettorale e il circuito di produzione – promozione – vendita della merce politica), ovvero la defezione. Quando il re è nudo e il potere appare indebolito il popolo si toglie il lusso di ribellarsi, in questa forma povera di ribellione: non vota o procede alla lapidazione del sovrano per mezzo della scheda elettorale. È accaduto alla Clinton negli Stati uniti, a Gordon Brown in Gran Bretagna, indirettamente a Jacques Chirac in Francia, dove Sarkozy ha dovuto uccidere il padre per divenire “presidenziabile”. La fine della politica ha generato democrazie degli scontenti e dei frustrati, con tutti i rischi che ne conseguono. Qui in Europa questo disagio è, al momento, appannaggio culturale e politico della destra.
Usando una metafora che altrove era stata utilizzata per leggere la fine della parabola rivoluzionaria del conservatorismo americano (dall’amore popolare per Reagan alla miseria e l’odio verso Bush figlio), anche oggi si può dire che il vincitore delle elezioni ha sfruttato la degenerazione imperiale dei suoi avversari, più che la sua forza (in fondo Alemanno è lo stesso che ha perso rovinosamente contro Veltroni nel 2006). Su Tiberio (assassinato nella sua villa di Capri dai suoi stessi pretoriani) e Caligola non si è diffusa la luce di Augusto, quella del primo mandato di Veltroni con la quale si era ammaliata una buona fetta di città.
L’atto di arroganza di ripresentare Francesco Rutelli a candidato sindaco (come se si trattasse di una funzione pubblica a gestione amical-familiare) è stato punito. L’ironia è che Alemanno è apparso molto più simile a Obama nel messaggio e nelle strategie elettorali che non il carrozzone romano del partito democratico. Uno dei leit motiv della campagna elettorale – alimentato dai risultati dei focus group organizzati dal neo-assessore alla cultura Umberto Croppi, un ex rautiano transitato nella Rete e nei Verdi, al fianco di Rutelli e contro Fini nella campagna elettorale del 1993 – è stato quello della lotta a un sistema di potere (grossolanamente indicato come bettiniano-veltroniano-rutelliano), esattamente come ha fatto Obama, che in continuazione ripete di essere il nemico della “solita Washington” di cui fanno parte sia Hillary Clinton che John McCain. Gli spin doctor hanno creato il mostro Obamanno, ma in entrambi i casi si tratta di un neo-populismo nuovista ben radicato nelle culture politiche (ovviamente distanti tra loro anni di luce) di provenienza.
La cultura del nuovo cuore del potere romano, quella della destra sociale (che ha in Roma il suo baricentro), è stata considerata a lungo la più riottosa all’addomesticamento di tutta Alleanza Nazionale. Oggi quest’area vive la più grande stagione di schizofrenia culturale e politica della sua storia, nel tentativo di fare proprio il modello ecumenico-veltroniano di controllo della città (deferenziale e inclusivo verso i poteri forti), mantenendo vivi gli elementi di alterità che gli hanno permesso di vincere a Roma proprio perché in opposizione a esso. Utilizzare questi elementi è stato un processo semplice e naturale, del quale si comprende la natura leggendo attentamente un testo di Alessandro Giuli, autore di “Il passo delle oche” (la visione di un ex, sarcastica e irridente, un’operazione editoriale di Einaudi speculare a quella di “Compagni di scuola” dell’ex dalemiano Andrea Romano).
Alemanno e i suoi devono aver studiato attentamente il potere del centro-sinistra romano in questi 15 anni, così come Goffredo Bettini analizzava attraverso la pratica di opposizione, riunioni e convegni il moloch della Roma di Vittorio Sbardella, probabilmente con la stessa miscela di odio e ammirazione. Per la destra sociale si è trattato di confrontarsi con un modello riuscito di sdoganamento politico, quello attuato dagli ex-comunisti, cercando di trarne consiglio e comprenderne i punti deboli. Questi ultimi sono stati individuati nell’assenza, o meglio nella rinuncia, al mantenimento di un qualsiasi profilo politico-culturale. Il centro sinistra italiano – e in particolare gli ex-comunisti – hanno scelto la strada dell’identificazione di se stessi con una cultura prettamente tecnocratica, quasi che la vecchia retorica sulle capacità di buona amministrazione delle giunte rosse – ripulita di ogni velleità di rivendicazione popolare – fosse l’unico elemento da conservare del proprio passato. Al consenso avrebbero poi provveduto le doti da incantatore di serpenti di Walter Veltroni.
Il gruppo di Alemanno era definito “l’ala trotzkista della destra”. Dice Alemanno, come ricorda Giuli, che “la Destra sociale si ritrova coscientemente in una cultura politica di orientamento comunitario, e da questa cultura declina un progetto sull’identità nazionale, sui principi di partecipazione e di sussidiarietà, e quindi, sul rinnovamento dell’economia sociale di mercato”. Una miscela di culture unita dalle parole di Giano Accame nel volume del 1996 “La Destra sociale”, un testo dedicato a Beppe Niccolai, una figura storica della sinistra missina (per Croppi un vero comunista: la leggenda vuole che Niccolai fosse espulso dal Msi perché in una direzione nazionale aveva fatto approvare un ordine del giorno di condanna dei potentati economici; un testo approvato dal comitato centrale del Pci la settimana prima). Nella miscela si ritrovano i principi dei padri fondatori del Msi, la destra del primo Novecento di Filippo Carli, il sindacalismo fascista di Cianetti, la dottrina sociale della chiesa, l’anticapitalismo di Thomas Carlyle, Benjamin Disraeli. È il vecchio sogno del terzismo, riveduto e corretto all’alba della Seconda repubblica, nato per superare la logica (per i missini ovviamente escludente) della contrapposizione imperiale Usa–Urss e della sua declinazione italiana (vi ricordate? “Né Usa né Urss, Europa Nazione”, oppure “Sarà la lotta popolare/ a vincere il marxismo e il grande capitale”). Il post guerra fredda e Berlusconi hanno fornito la possibilità di far proprio una certa forma di realismo democratico e avverare quel sogno di superamento del mondo post-1945. Un terzismo addomesticato, che però sembra avere dalla propria le ragioni della storia: se da una parte gli ex-comunisti si sono lanciati con furore nell’arte del ripudio, dall’altra la destra sociale ha operato un eguale avvicinamento ai salotti che contano (evidente nella stagione ministeriale di Alemanno) accompagnato però dalla baldanza della conferma che l’Italia dell’arco costituzionale era solo un accidente della storia. Per questa parte della destra italiana è arrivato il tempo di uno sdoganamento senza ripudio della propria alterità, da essa stessa percepita come post-mussoliniana già da trent’anni di ibridazioni culturali.
La richiesta del sindaco Alemanno di una via Almirante (che incrocerebbe con una via Berlinguer, una via Craxi e una via Fanfani) non è una riproduzione del solito cerchio-bottismo veltroniano: è la sanzione che la storia è dalla loro parte. Quell’epoca di esclusione è così lontana, il sessantennio repubblicano così superato, che è pur ora di usare i simboli della politica italiana con uno spirito nuovo, che loro hanno sempre praticato mischiando Evola e la cultura pop. Il sogno è quello di non essere sdoganati dai poteri forti, come è avvenuto agli ex-comunisti tramite Prodi, ma di esserlo – e in via definitiva – dalla storia. Il mondo sarebbe veramente e finalmente “post”.
Sarà dura per loro restare diversi e sarà dura mantenere viva la narrazione di questa alterità. La situazione della città e le ansie securitarie nelle quali si condensano tutte le paure collettive hanno fornito una base di consenso solida, a un partito che a Roma è sempre stato forte e ha sempre masticato questi temi; Alleanza Nazionale si è trasformata in una sorta di “sindacato territoriale romano”, alternativo e complementare al modello leghista anche all’interno del governo. Ora però si tratta di tenere insieme quella macchina di consenso a ogni costo che è il comune di Roma: al centro il sindaco-presidente, dietro di lui il coro cacofonico dei gruppi di interesse (compresi quelli di natura sociale e non predatoria). Rinegoziare i termini del Piano regolatore con chi aveva concluso accordi con la giunta precedente (prepariamoci a difendere il verde pubblico: dove si farà l’edilizia popolare promessa dalla destra?); tenere insieme l’Opus Dei e gli occupanti di case di destra; portare la propria cultura senza perdere i nani e le ballerine che hanno dato lustro internazionale al sindaco uscente; blandire i filopalestinesi di Area e gli entusiasti della comunità ebraica alla Riccardo Pacifici.
Ad aiutare Alemanno ci sarà l’illusione corporativa di poter incarnare in un uomo solo la complessità sociale; sullo sfondo una Roma sempre meno compresa e analizzata da ricercatori e intellettuali, aliena ai gruppi dirigenti del centro-sinistra che hanno finito per credere ai racconti della città che essi stessi producevano. Come scrive giustamente il già citato Tocci (uno dei pochi ad avere fatto – tardiva, purtroppo – auto-critica) “a ogni elezione si riscopre la periferia di Roma ricorrendo a vecchi stereotipi senza vederne i mutamenti strutturali” . A suo dire esistono almeno tre periferie: “quella storica delle borgate del fascismo e della speculazione del dopoguerra; la periferia anulare intorno al Gra creata dall’abusivismo e proseguita dall’espansione legale disordinata; la periferia regionale dei tanti romani che, a causa dei costi proibitivi degli alloggi, sono dovuti andare ad abitare nei comuni dell’hinterland. (...) Negli ultimi trent’anni circa 600 mila romani hanno lasciato la città per andare a vivere nella seconda e terza periferia, come se gli abitanti di Genova si fossero spostati di qualche decina di chilometri senza le infrastrutture necessarie”.
Se si osservano i dati elettorali si vede che nel ballottaggio per il comune di Roma il centro-destra ha vinto in tutte le circoscrizioni che si sviluppano a ridosso e oltre il raccordo anulare; per chi avesse voglia è da lì che si deve ripartire per trovare le parole per capire questa città. La vecchia politica democristiana era quella della proprietà dell’alloggio privato e della costruzione di un minuscolo sogno americano, a portata del ceto impiegatizio e piccolo borghese della città. Oggi quel sogno è considerato in pericolo da chi l’ha vissuto. Anche la fuga (obbligata o voluta) dal centro città non ha funzionato, perché l’assenza di servizi adeguati e il disordine urbanistico hanno peggiorato, e di molto, la qualità di una vita spesso solitaria. Molti si aggrappano ad Alemanno perché difenda con le unghie e con i denti il proprio presunto spazio di libertà, minacciato per di più dagli ultimi arrivati in città, gli immigrati. Un’aggressività che poco o nulla si incrocia con i sogni “terzisti” del sindaco, ma che sta già producendo cambiamento.
L’ansia di sicurezza, così male interpretata dal centrosinistra negli ultimi anni, è in realtà il sintomo di una possibile nuova egemonia della destra su quelle politiche locali, che invece dalla metà degli anni ottanta erano state controllate dalla sinistra. Fino a poco tempo fa le campagne elettorali si vincevano o si perdevano sul traffico, l’ambiente, le zone pedonali, l’urbanistica partecipata. Una delle grandi campagne della prima giunta Rutelli era quella per le Cento Piazze in altrettante zone di Roma: da ridisegnare per far rivivere i quartieri. Di tutto questo è rimasto molto poco e non solo a Roma: sono stati proprio i sindaci del centrosinistra, da Chiamparino a Cofferati, ad aiutare il cambiamento di paradigma e a muoverlo verso la difesa della “sicurezza” che, le parole sono loro ma anche di Veltroni, “non è né di destra, né di sinistra”. E poi, invece, la destra ci ha vinto le elezioni. Bisognerà vedere se è solo un fuoco di paglia, perché magari alle prossime elezioni la sinistra astensionista tornerà a votare, oppure se è l’inizio di un nuovo partito dei sindaci, questa volta di destra.
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