Di cancro si muore ancora
di Sara Honegger
Fra il 10 ottobre 1994 e il 20 maggio dell’anno seguente, nonostante le sofferenze provocate da un gravissimo tumore allo stomaco, Ingrid von Rosen continuò a tenere il suo diario. Lo stesso fecero suo marito Ingmar Bergman e la loro figlia, Maria von Rosen. Tre voci, tre sguardi, una sola, tragica esperienza di malattia e di morte che Bergman e la figlia decisero di pubblicare nove anni dopo la morte di Ingrid. Portati in Italia da Iperborea nella traduzione di Renato Zatti e con postfazione di Goffredo Fofi, i “Tre diari” sono, come chiunque avrà già intuito, una testimonianza assolutamente fuori dalla norma, e non solo per il nome di uno degli autori, che pure ha il suo peso. A essere eccezionale è la qualità e la concomitanza delle tre scritture, simili nell’atteggiamento sincero rispetto alla malattia e alla morte – atteggiamento per altro condiviso, e non è cosa da poco, dai medici e dagli infermieri che accompagnano la famiglia nel difficile percorso di separazione – ma via via sempre più differenziate dal progredire dalla malattia e da ciò che questa, a differenti livelli, e con diversa penetrazione, provoca nelle loro esistenze.
Bergman ha all’epoca settantasei anni. Ingrid, decisamente più giovane, è l’ultima, amatissima moglie. I diari conservano traccia di quel continuo “flusso di comunicazione” che aveva caratterizzato il loro matrimonio: durante le prime settimane le annotazioni dell’una tendono ancora a intrecciarsi a quelle dell’altro, quasi notassero i medesimi dettagli (la bontà di uno stufato di pollo, il piacere di un gelato con bastoncino, il bisogno di stare sdraiati testa a piedi, come semicerchi di una stessa circonferenza), i particolari di una quotidianità di cui non si riconosce mai l’importanza, e che invece emerge come bisogno di struttura, come luogo di serenità in cui sostare per qualche istante prima della ripresa del duro cammino. Poi il progredire della malattia, ora per rapidi peggioramenti, ora lentamente come la marea del tramonto, e che nel mostrarsi nel suo volto peggiore, quello della sofferenza, trasforma loro stessi e il loro rapporto. Per dirla con il titolo di un’opera teatrale di Bergman il cui testo è uscito in contemporanea in Italia (sempre Iperborea, tradotto da Zatti e con postfazione di Luca Scarlini), “Il giorno finisce presto” per tutti, ma soprattutto per chi ama. E Ingrid e Ingmar Bergman si amavano moltissimo.
Diversa la voce di Maria, e non solo per i rapporti con il padre – i genitori, che l’avevano concepita agli inizi della loro relazione, le dissero che era figlia di Bergman solo in età adulta. C’è in lei un timore (una paura, stando alla chiave di lettura offerta da lei stessa nell’introduzione) che la perdita della madre scuote alle fondamenta: suoi sono i terribili sogni che, ancor prima degli esami diagnostici, annunciano la fine imminente; suo è quell’inizio di maternità, poi subito abortita, che assume i confini di una speranza di vita capace di coinvolgere la madre e di annullare i verdetti della medicina. Una continua oscillazione che paradossalmente traspare più dalla scrittura sua e del padre, che non in quella di Ingrid, la più contenuta, la più distante, le cui ultime parole scritte, “Non voglio visite. Tremo”, hanno la forza di certe, lapidarie incisioni.
Recita una bella poesia di Kobayashi Issa (in “Sarinagara”, di Philippe Forest, Alet): “si muore un giorno / sii pronto sii pronto / dice il fiore”.
Ma lo possiamo davvero? Siamo in grado, soprattutto in una società che ha relegato la morte ai suoi margini o nella quale, secondo quanto ha scritto Emilio Varrà in un importante intervento sul tempo (“Il tempo della pedagogia”, in “Prima educare”, a cura di Luigi Monti e Cecilia Bartoli, edizioni la meridiana) “prevale sottaciuta la convinzione di una nostra immortalità”, di abituarci a essa, diventarne amici, come si chiede Mara Von Rosen a metà del difficile cammino della madre? Probabilmente non più. Già molto è arrivare a sopportarla come si sopporta un ospite che lentamente inizia a comportarsi da padrone, occupando i corpi, i pensieri, le emozioni e gli spazi vitali, sempre più sottratti alla rassicurante vita di tutti i giorni. Eppure, in più di un momento dai diari traspare una sorta di desiderio di “parlare con il nemico”, come diceva il titolo di un bel libro di narrazioni palestinesi e israeliane a confronto (a cura di Jamil Hilal e Ilan Pappe, Bollati Boringhieri), un bisogno di stare nella verità tenendo la morte fra le poche parole che ancora riescono a dirsi marito e moglie, madre e figlia. Da almeno un decennio di cancro si scrive molto, ma tranne rare eccezioni, che peraltro testimoniano il bisogno che abbiamo di un linguaggio della perdita (si pensi al successo di alcune opere di Tiziano Terzani) e della sconfitta, lo si fa soprattutto nei toni della battaglia vinta, dell’inferno superato – e qui lungo sarebbe l’elenco dei diari dei “sopravvissuti”, a cui è delegato il compito sociale di infondere il coraggio che la parola cancro svuota dall’interno, nella colpevolizzante convinzione, purtroppo molto diffusa, che buona parte del successo terapeutico dipenda dall’atteggiamento volitivo del paziente, dal suo desiderio di vita se non addirittura da quello che viene definito pensiero positivo. Non è certo questa la sede per affrontare un tema sul quale ha scritto parole definitive Susan Sontag (“La malattia come metafora”, Mondadori), e che traspare solo in un paio di occasioni nel diario di Maria. Ma è doveroso dire che le voci di Ingrid e Ingmar consentono un diverso percorso dalla malattia alla morte e che la loro scrittura, seppur Bergman affermi che non si può consolare perché consolazione non esiste, testimonia esattamente l’opposto, e cioè la possibilità di esserci, di “non abbandonare la scena”, anche quando tutto è perduto.
A chi si chiede perché Bergman e la figlia abbiano sentito il bisogno di pubblicare questi diari, il regista risponde fin dall’Introduzione chiamando in causa le lunghe fasi dell’elaborazione del lutto, per lui particolarmente dolorose. Ma vi è anche, forse, quel valore redentivo della narrazione della sofferenza di cui parla Ilan Pappe nel libro testé citato, che nulla ha a che fare con la messa in piazza dei propri affari personali, ma che per il suo intrinseco valore può lenire le proprie e altrui ferite e, a un più ampio livello sociale, porsi come punto di avvio per una riflessione sulla qualità dello spazio mediatico riservato alla malattia, soprattutto terminale, spazio oggi caratterizzato dall’esibizionismo della sofferenza e dalla continua tentazione di usare il proprio dolore come scalino per l’ennesimo palcoscenico.
Nulla di ciò accade con i “Tre diari”, vuoi per la formazione, anche religiosa, degli autori; vuoi per il rispetto profondo degli uni verso gli altri, che ne determina il comportamento e la scrittura. C’è, in quest’ultima, un pudore dei sentimenti, tutti molto limpidi e chiari, che non può che colpire positivamente chi vive immerso nella spettacolarizzazione sfrontata di ogni genere di vicenda personale, e che ci conferma in un’antica convinzione tutta a favore del sussurro, della parola detta a bassa voce: tanto più la scrittura, camminando sul doppio binario dei sentimenti e della ragione, riesce a mantenersi contenuta, tanto maggiore saranno la verità e l’effetto dirompente del dolore e dell’amore di cui racconta. |