Assalto al campo rom

di Giovanni Zoppoli


“Andate via, ve ne dovete andare. ’Sti zingari sono la rovina di Napoli. Ve ne dovete andare”. Così ci accoglie l’omino dell’Asìa, la Municipalizzata che a Napoli si occupa di immondizia (raccolta, pulizia di strade, eccetera). è sabato mattina, e come ogni mattina Piazza Grandi Eventi a Scampia è un mastodontico deserto, coperto di siringhe, chiazze di sangue, panni vecchi come giaciglio dei tossici che ci sono venuti per bucarsi e ci hanno poi passato la notte. La piazza rappresenta uno dei tanti sprechi di spazio e danaro pubblico, nessuno sa bene a che cosa serva (se non agli architetti e alle imprese che l’hanno costruita). è da settembre che assieme ad altre scuole e associazioni del territorio, si cerca di ridare un senso a questa piazza. L’omino dell’Asìa ormai non ne può più di noi: se non ci fossimo stati il Comune non avrebbe dovuto  far pulire questa piazza così grande enorme e assolata, e la fatica gli spazzini avrebbero potuto risparmiarsela. Sa che ci saranno anche tanti bambini dai campi rom a giocare con noi questa mattina. E così sa anche con chi prendersela.
Un chilometro più in là, in via Zuccarini, sotto la fermata della metro, fino al 2000 c’erano due campi rom. Con il Compare (Comitato per l’assegnazione e realizzazione di soluzioni abitative non ghetto per i rom) ci siamo arrivati nel ’96, proseguendo il lavoro di un altro gruppo di volontari che con quei rom aveva relazioni da più di dieci anni. Oltre a noi nei campi lavoravano Opera Nomadi, Sant’Egidio, Caritas, Don Guanella e altri. Chi in un modo chi nell’altro. Ma, soprattutto, i rom di quei campi avevano una relazione quotidiana con gli altri abitanti di Scampia, sia perché vivevano lì da vent’anni, sia perché bastava uscire dal campo per trovarsi in piena città, tra strade e palazzi abitati dai gagè. Le relazioni “naturali” tra semplici cittadini e quelle “artificiali” con noi associazioni, andarono in fumo nell’arco di una notte. Le uscite in giro per la città, la baracca gioco e poi quella medica costruita con i rom nel campo, le feste, i convegni nazionali, le giornate e le nottate di assemblee, gli spettacoli fatti insieme in giro per l’Italia... tutto in fumo! Uno zingaro ubriaco investì due ragazze e una delle due morì. A qualcuno che nel quartiere era importante la cosa non andò giù e a Scampia (una polveriera già allora, anche se i media non se ne erano accorti perché entusiasti del “rinascimento” bassoliniano) alcuni abitanti diedero fuoco a uno dei due campi. Ai roghi fecero seguito lo stato di assedio, lo scambio di accuse tra associazioni pro rom sul da farsi, le nottate passate a presidiare il campo superstite, la paura dei bambini e degli adulti amici nostri, i raid incendiari che malgrado tanta polizia proseguirono per diverso tempo, le lunghe carovane di zingari che, terrorizzati, decisero di andare via. L’amministrazione parve accorgersi per la prima volta degli oltre duemila rom presenti a Scampia da più di vent’anni, ma l’unica cosa che seppe fare fu affrettare la costruzione di un megacampo dietro il carcere di Secondigliano (già in cantiere e ormai legittimato dall’emergenza). Circa 700 rom vennero trasferiti in una parte di città chiusa tra il carcere e una strada a scorrimento veloce, e il campo venne spacciato dall’amministrazione come villaggio di lusso, il primo autorizzato della Campania. Dall’inchiesta che avevamo condotto nel resto d’Europa, dai tanti convegni organizzati in città anche con i politici locali, per noi era chiaro che quel campo sarebbe stato l’ennesimo atto di stupidità cittadina rispetto alla questione rom. Dovunque la situazione rom fosse stata affrontata con i “campi”, nel giro di poco tempo tutto era precipitato: aumento dei costi sociali, aumento della criminalità interna, aumento dello stato di emarginazione, aumento della distanza, e quindi del razzismo, tra rom e autoctoni. Mantenemmo le nostre posizioni e rifiutammo ogni collusione nella gestione del campo,  mettendoci contro tutti, rom compresi. Purtroppo, nel giro di pochissimo tempo, le cose sono andate proprio come avevamo previsto. Le famiglie “integrate” abbandonarono Napoli poco tempo dopo e il villaggio diventò un vero inferno, assolutamente ingestibile, con costi economici e sociali enormi. Restarono in piedi solo le relazioni artificiali, e non quelle che auspicavamo noi.
Il caso ha voluto che nel giro di una decina d’anni a precipitare non fossero solo i campi rom, ma la città nel suo insieme. Dal rinascimento bassoliniano si è passati all’inferno bassoliniano e, colpevoli solo di aver scelto uno dei momenti peggiori della nostra storia, nei primi anni del secondo millennio a Napoli hanno iniziato ad arrivare i romeni. Non sempre rom (per quanto queste tre lettere possono significare, ma questa è un’altra storia) e portatori di altre priorità, di tematiche spesso assai diverse da quelle degli slavi di lunga stanzialità presenti nella Regione, arrivarono a Napoli decine di cittadini comunitari in cerca di un luogo in cui vivere.
Il ventaglio di soluzioni prospettato per i rom slavi da chi conosceva la questione e non aveva particolari interessi di bottega (progetti integrati centrati sulle specificità delle singole famiglie; soluzioni abitative miste, destinate cioè ai rom quanto agli italiani autoctoni in un’ottica di edilizia popolare non speciale; fondo di garanzia comunale per chi volesse affittare un appartamento…), questo ventaglio che prima degli incendi del 2000 aveva iniziato a far breccia in qualche settore più illuminato dell’amministrazione, è diventato presto fantascienza.  Le politiche sociali condotte disastrosamente dal Comune di Napoli per la città nel suo insieme, non hanno fatto eccezione rispetto ai rom, che hanno continuato a venire considerati  “problema etnico”. A fronte delle difficoltà oggettive a trovare Municipalità o altri Comuni disposti ad accogliere campi rom (anche se accompagnati dalle solite belle parole progressiste per indorare:  “I rom sono una risorsa… Il popolo del vento, che meraviglia!” eccetera), e malgrado il disastro che il primo villaggio della Campania si era dimostrato, Comune e Provincia hanno continuato a prospettare come unica soluzione quella dei “campi” (chiamati in vari modi, ma sempre a significare una concentrazione etnica in un luogo preciso). Del resto “concentra e controlla” è la logica prevalente in Italia rispetto ai rom, come espressamente dichiarato dal responsabile delle case Ipes di Bolzano sul principale quotidiano locale. Anche se la civile Bolzano (che ha tenuto per oltre dieci anni i rom in un campo comunale costruito su una discarica, che venne dichiarato grandemente pericoloso nel 2007 in seguito alla denuncia di “Osservazione” e per questo è in via di smantellamento) il “concentra e controlla” oggi lo opera nelle case popolari dell’Ipes, dove ammassa rom e sinti in alcuni condomini.
Indubbiamente, continuando a guardare fuori di Napoli, per esempio a quanto hanno fatto Cofferati a Bologna e Veltroni a Roma, all’amministrazione napoletana non si potrebbero che riservare  parole di stima, perché di episodi di discriminazione attiva grave, a Napoli, le istituzioni non si sono finora macchiate (anche se a Bologna come a Roma, a differenza dal capoluogo campano, a sgomberi e altri trattamenti ingiusti ha corrisposto una qualche presa in carico  dei rom da parte dell’amministrazione). Invece lo sgombero dei rom sulle rive del Reno è stato uno dei principali cavalli di battaglia di Cofferati sin dai suoi esordi. I giovani dell’“Ex Scalo Migranti” con i rom del lungo Reno avevano lavorato per anni, avevano stretto relazioni “artificiali” molto simili a quelle “naturali”, legami di reciprocità come poche volte è accaduto altrove. Tutto è andato in macerie anche a Bologna, sotto le ruspe del sindaco progressista profeta dell’emergenza sicurezza in cerca di consensi da strappare alla destra. Ovviamente i rom venivano sgombrati per riapparire qualche giorno dopo qualche metro più avanti. Ma questo che importa? L’importante è mandare in onda l’operazione sicurezza. Sgomberi e re-ingomberi sono ancora oggi all’ordine del giorno nel capoluogo della regione rossa.
Stessa intuizione l’ha avuta l’ex sindaco di Roma che, per contribuire alla sceneggiata nazionale, in concomitanza con l’omicidio Reggiani ha mandato in onda scene degne dei lager, sgomberi feroci che difficilmente ad Alemanno potranno riuscire meglio. Del resto fu proprio Veltroni tra i primi a mettere nei “Patti per la sicurezza” i campi nomadi come assoluta priorità. Anche lui ha provato a costruire l’identità del suo raggruppamento sulla sicurezza, nel tentativo di strappare il paese alla destra. Non gli è andata bene, tale e quale a Bologna. Da Opera al rogo toscano di quest’estate (dove lo Stato non ha saputo far di meglio che arrestare i genitori dei bambini del campo a cui gli italiani avevano dato fuoco), odio e intolleranza verso i rom hanno continuato a fermentare nel terreno fertile preparato dalla sinistra e concimato dalla destra.
Ad agosto del 2007, ecco l’ennesimo tentativo di dar fiato all’archetipo dello “zingaro ladro di bambini”. Su una spiaggia siciliana una rom viene accusata di voler rapire un bambino, ma la smentita arriva dopo pochi giorni, la zingara stava salvando il bambino da una macchina che arrivava e niente, proprio niente aveva a che fare con un rapimento. Nel maggio 2008, l’archetipo ha trovato finalmente una conferma: per la prima volta nella storia (fino a oggi nessun rom è stato mai condannato per “furto di bambini”) sembra che davvero una zingara abbia rubato un bambino. E stavolta non si capisce proprio perché non dovremmo crederci. Certo la zingara in questione in quella casa non era nuova, a sentire gli abitanti del quartiere ci era andata altre volte per ricevere in dono vestiti, e insomma la  zingara si recava presso quella famiglia con una certa prevedibilità. Viene da chiedersi perché una persona sana di mente, che tutti vorrebbero cacciare dalla città e se riesce a restarci è per la copertura che le dà il territorio, un bel giorno decide di andare a rubare un bambino proprio nella casa dei suoi benefattori napoletani. Anche perché quei benefattori non sono persone qualunque, ma una famiglia molto inserita nel quartiere, che ha rapporti molto buoni col territorio. E il territorio a Napoli lo Stato riesce a governarlo meglio attraverso i boss locali che non attraverso i suoi poteri ufficiali. Capi e capetti della malavita a Ponticelli non ne mancano, e sembra ormai certo che erano stati proprio loro a vedere di buon occhio gli insediamenti dei rom nel quartiere napoletano qualche anno prima. Pare che i boss ai rom chiedessero il  pizzo, una sorta di “tassa di accampamento”, in modo da tirar su qualche spicciolo. Poi hanno iniziato a nascere i comitati anti-rom e perfino quelli del Partito democratico, ammiratori di Cofferati, hanno fatto affiggere un manifesto inneggiante alla cacciata degli zingari da Ponticelli. Il clima contro i romeni accampati in via Argine ha iniziato a scaldarsi, ed ecco che la zingara ruba il bambino. Benzina sul fuoco. La gente del posto racconta che ancor prima degli incendi e degli incendiari, sul luogo del delitto erano presenti le telecamere della “Vita in diretta”. Ed è un fatto certo che i terreni dove c’erano i campi rom sono quelli interessati dal Pru, dal Piano di riqualificazione urbana e che, se entro l’agosto di quest’anno in quell’area non iniziano i lavori, 67 milioni di fondi ministeriali destinati alla riqualificazione di Ponticelli vanno perduti. Già negli anni precedenti le stesse gare sono andate deserte e i fondi sono andati perduti, ma questa è la prima volta che nel bando la quota per l’edilizia privata è aumentata  di circa  il 40%. Certo è pure che i boss della mala locale  hanno molti interessi nell’edilizia. Diventati un problema più che una risorsa, i rom sono stati dunque cacciati. E non dalle ruspe di un sindaco che a Napoli è di cartapesta, ma da chi è deputato al controllo del territorio.
Ad andare in fumo, per l’ennesima volta, le relazioni “naturali” e “artificiali” (e anche le diverse migliaia di euro spesi in progetti di integrazione e mediazione). “Molte sono le associazioni che in questi anni si sono occupate di rom a Ponticelli. I laboratori per l’integrazione nelle scuole, come quello con bimbi di 6 anni italiani e rom, o le occasioni create per favorire incontro e scambio, sembrano oggi molto lontane”, dice Antonella Di Nocera, dell’Arci Movie di Ponticelli. A lei, come agli altri della rete di associazioni di Ponticelli di cui fa parte, tutta la faccenda sembra un brutto scherzo. “Ponticelli nel giro di qualche giorno è passata agli onori della cronaca come capitale del razzismo nazionale, terra di camorra e di xenofobia. Semplificare il male – che, ovviamente c’è – è molto più facile che raccontare la complessità dell’azione quotidiana per il bene”. E aggiunge: “I media ricostruivano l’accaduto mentre stava ancora accadendo! Chi era presente aveva la netta sensazione che le telecamere provocassero, anzi fomentassero gli assalti e i blocchi stradali. Costruzione della realtà e sua rappresentazione erano fuse come non mai”. Effettivamente la sera dei roghi di Ponticelli, sulla lunga strada che faceva da sponda al campo, la gente era davvero in preda all’isteria televisiva, ed era strano sentire in puro dialetto napoletano le parole tante volte ascoltate a “Porta a porta” da Borghezio, Bossi, Fini...
Antonella racconta degli anni di abbandono del quartiere, delle tante scelte politiche e amministrative che hanno finito per peggiorare la situazione di Ponticelli anziché migliorarla. “Sono vent’anni che attraverso il cinema abbiamo cercato di costruire un senso di comunità, relazioni, processi educativi e civili. Con scuole, parrocchie, con migliaia di cittadini del quartiere durante questi anni abbiamo messo su cose importanti. Le istituzioni di tutto questo non si sono accorte, o, meglio, la Regione se n’è accorta finanziando a più riprese il proprietario privato del Pierrot, il cinema salvato negli anni novanta dalla nostra associazione e diventato un luogo-simbolo della ‘resistenza’ culturale nelle periferie. Il fermento di attività e il capitale sociale accumulato, anche a Ponticelli non ha trovato riscontro in una progettualità pubblica capace di individuare e valorizzare le eccellenze, le forze vere su cui fare leva; capace di investire su quelle vocazioni e competenze territoriali sulle quali – in altri posti, in altri paesi – la politica ha il coraggio di scommettere davvero”. Prima della camorra, prima dell’odio xenofobo alimentato da destra e da sinistra in campagna elettorale, dietro ai roghi di Ponticelli ci sarebbe insomma soprattutto il malessere di un quartiere, il suo senso d’abbandono, e dunque una disperata mancanza di fiducia nelle istituzioni.
Lo scenario dei roghi al campo rom di Ponticelli si è ripetuto in maniera quasi uguale a quello del 2000 a Scampia. Molti dei rom, anche dagli altri campi di Napoli (compresi quelli superstiti di Scampia), sono fuggiti verso altre regioni e nazioni; molti cittadini napoletani (compreso il simpatico omino dell’Asìa che ci ha dato il benvenuto in piazza Grandi Eventi) hanno avuto un rigurgito razzista, inneggiando alla cacciata dei rom. Le istituzioni, come nel 2000, di fronte all’ennesima emergenza, non hanno saputo che pesci pigliare.
Eppure qualcosa di diverso c’è. Oltre all’inquietante investitura di un “Prefetto speciale per i rom” paventata anche a Napoli, mentre nel 2000 tutti si affrettarono a condannare i roghi come un atto riprovevole, oggi tutti, a partire dai giornali, si sono fiondati a riconoscere la superiorità organizzativa della malavita organizzata rispetto allo Stato. Dove lo Stato non è riuscito a fare gli sgomberi è riuscita la Camorra. “Ora non resta che attuare il Pru”, titolava il quotidiano “Roma” del giorno dopo. Tutto è ancora una volta funzionale alla messa in onda della sceneggiata nazionale su immigrazione e criminalità. Come per il “reato di clandestinità”, che non potrà mai essere applicato per mancanza di mezzi, di persone e di capacità, ma che serve a gonfiare l’operazione sicurezza, giocata tutta sul piano dell’immaginario collettivo. Ma di diverso dal 2000 c’è anche qualcosa di buono. Consapevolezza e fermento di base, rispetto ad allora, sono cresciuti. Una volta rassegnato a non potersi aspettare niente di buono dalle istituzioni, l’attivismo autonomo di gruppi e cittadini che credono nel “ben fare” vive oggi un prezioso momento di vivacità. Il Comitato Spazio Pubblico di Scampia ne è un esempio. Nato nel luglio 2007 per aprire in città il dibattito su  risorse e spazi “non privati”, il Comitato è ora composto da una consistente componente di rom di Scampia (l’associazione Asunen Romalen, cresciuta negli anni nel rapporto con un’altra associazione del Comitato, Chi rom e chi no), costituendo un precedente importante di attivismo rom non finalizzato a questioni “etniche”, ma al perseguimento di interessi generali. Nelle giornate di incontro e socialità organizzate nel giugno 2008 dal nascente Coordinamento cittadino per gli spazi pubblici (di cui fa parte anche la rete di Ponticelli, oltre a quelle dei quartieri Sanità, Montesanto e Scampia) gli incendi di maggio sono diventati una questione di gestione di spazi e risorse della città. Altra novità importante rispetto al 2000 è la presenza del Comitato Rom e Sinti, che senza gagè a far da padri, sta lavorando in tutta Italia per dar forza a un attivismo autonomo e alla consapevolezza dei rom e sinti. Sul versante istituzionale invece, non resta che confidare nella possibilità che la verità sui fatti di Ponticelli possa emergere, che le indagini della magistratura riescano a smascherare al più presto quanto è accaduto. In assenza di tutto questo, non resterebbe che appellarsi al buon cuore dei boss locali, che la Madonna li illumini e capiscano quanto danno potrebbe derivare ai comuni amici rom di tutto il mondo da una “innocente” (del resto nessuno si è fatto male) sceneggiata di quartiere.