Antonio Moresco e il mito della purezza     

di Silvia Dai Pra’


Antonio Moresco è uno di quegli scrittori che o si ama o si odia. I suoi ammiratori lo considerano una reincarnazione di Dostoevskij, di Melville o di Pasolini. I detrattori poco più che un impostore. O, almeno, questo si dice di lui. Può capitare, invece, che questo autore lasci semplicemente perplessi. Non è una reazione che si è soliti trovare sui giornali, perché sarebbe troppo poco spettacolare. Ma forse non sono pochi quelli disposti a riconoscergli un talento, senza però sentirsene conquistati. Magari senza sapersene spiegare il motivo, o semplicemente perché non sono mai riusciti a leggere un suo libro per intero. Magari perché, come sempre viene risposto a chi non si dichiara suo fan, hanno assimilato le logiche del dominio imperiale. O, forse, perché percepiscono in lui un fitto reticolo di maschere, di pose e di facili vie di fuga che, probabilmente, fanno parte a loro volta di quell’assimilazione del dominio imperiale di cui sopra. Anche se, continuando a discutere in questi termini, non si andrà molto lontano. Se, alla fine, il postmoderno a qualcosa c’è servito, è anche perché ci ha insegnato a sospettare tanto dei saltimbanchi del potere quanto di quelli della contestazione. Siamo diventati scaltri nello smascherare le pose, le frasi a effetto, gli inni alla rivoluzione troppo sbrigativi. E non riusciamo più a pensare che qualcuno, per presa di posizione, possa porsi in una condizione di purezza pregiudiziale.
L’ultimo libro di Antonio Moresco, “Lo sbrego” (uscito nella collana Holden Maps della Bur), dovrebbe essere un libro sulla lettura, o, almeno, questo gli è stato commissionato, ma un libro sulla lettura Moresco non può scriverlo, perché per lui leggere non è leggere: “Non sono capace di leggere niente. Nessuno in realtà legge niente, anche se crede di farlo, di poterlo fare. Voglio solo addormentarmi e addentrarmi in un territorio inaugurale e senza ritorno. Io non voglio stare qui dentro. Io mi romperò. Io sanguinerò. Siamo dentro la parte più stretta dell’imbuto, del passaggio psicochimico e del nostro sogno di specie. Siamo qua e nello stesso tempo siamo già là”.
Stiamo partendo per un territorio ignoto, quindi. Un territorio che va oltre tutto ciò che ci è familiare. Ne siamo sicuri? No. Perché gran parte del libro è percorsa dal non originalissimo – e, forse, non urgentissimo – tema del rimbambimento delle nostre lettere istituzionali. Non urgentissimo perché proprio recentemente la letteratura italiana sembra capace di ridare segnali di vitalità. E questo accade soprattutto quando ha il coraggio di giocarsi la sua partita ai margini, guardando in faccia il reale, interrogandolo, analizzandolo. Per poi provare a conquistare di nuovo una centralità: sempre se è possibile, e senza esserne ossessionati, perché è lecito dubitare che questa fissazione per la centralità, per i riflettori, per i consensi, faccia granché bene alle lettere. E invece Moresco, lui che si considera uno “scrittore semitico-tedesco”, catapultato per caso “in questo povero Paese dove vivo e muoio, di cui mi pare a tratti di capire la lingua anche se vengo da un’altra parte...”, continua a tirare fendenti a destra e a manca, rovesciando livore contro un mondo culturale fatto di “piccole schiere funzionarie e gregarie che si fanno del male, si leccano il culo per emergere dal pentolone pieno di merda. Tutti lì a quattro zampe, ad annusarsi, come i cani nei giardinetti. Vecchi scroti penduli che si allungano per mezzo metro in mezzo alle gambe”. Moresco o recita da protagonista o non recita. La sua ossessione per essere centrale nel mondo letterario è eclatante: e non è stata certo frenata dal fatto di essere stato pubblicato, negli ultimi anni, dalle più potenti case editrici italiane, dall’avere ottenuto recensioni sui più importanti quotidiani. Dal non essere più, quindi, in una posizione di purezza e di incontaminazione.
Ma Moresco è uno scrittore, e forse dovremmo concentrarci su ciò che scrive, piuttosto che su ciò che dice. Non che sia semplice, visto che un libro come “Lo sbrego” è occupato quasi interamente dalla polemica e dai suoi ricordi autobiografici. E non è facile neanche negli altri libri, dato che l’autore tende ad affidare la narrazione a una maschera dolorosa, difficilmente distinguibile dal suo io. La sua è la voce del dolore, delle stimmate. Un dolore atavico che ci viene sbattuto in faccia, sanguinante, ricattatorio. I celebri anni della “sconfitta totale. Il deragliamento. Il ritorno a Milano. La stanzetta dell’affittacamere, buia, un po’ puzzolente. E poi in un monolocale di periferia. Quando stavo male, per anni. Intanto tutto franava, tutta la mia vita e la mia mente franava. Non riuscivo a parlare, non riuscivo a controllarmi, piangevo in pubblico. E non so come si possa stare così spaventosamente male...”. Questo ci viene presentato con l’etichetta di “sofferenza autentica”: ripetuto, spiattellato, non approfondito, mai messo in discussione. Tutto ciò che lo scrittore tocca, prova, enuncia, deve situarsi vari toni sopra la media: il suo dolore è insopportabile, la sua passione è irrinunciabile, la sua voce è profetica. E le profezie non si discutono, si sa. Tutto ciò che non fa parte di loro ne viene automaticamente espulso. Ed è proprio questo che manca a Moresco, e quello che crea il limite di un autore che pure il suo talento lo avrebbe, come si vede nelle parti migliori dei “Canti del caos” (“1”, Feltrinelli 2001; “2”, Rizzoli 2003). L’altro non esiste. Il mondo neppure, se non centrifugato in un composto caotico, ma che sa di identico. Universi, materie in putrefazione, tuorli, ovuli, gelatine degli occhi, peni, vagine, materie psicofisiche: nei suoi libri la realtà brulica come un ammasso di lombrichi, ma che, da bravi lombrichi, sono tutti identici. E tenuti insieme dalla mano ordinatrice dell’uno che genera il cosmo: l’autore, unico sopravvissuto al diluvio, magari un po’ acciaccato, pieno di malattie, ma superstite. Questo si vedeva bene ne “Gli esordi” (Feltrinelli, 1998), che era un libro stimolante, ben scritto, ma con qualcosa, al fondo, di profondamente intransitivo. Era un romanzone interamente dedicato a un io, alle sue passioni, alle sue ferite. Un romanzo (auto?)dedicato a chi ha il coraggio di seguire fino in fondo una passione. E, in questo, non c’è nulla di male. Senza dimenticare, però, il difetto principale della passione: un accecamento che ci rende incapaci di vedere tutto ciò che esiste, al di fuori di lei. C’è qualcosa, oltre al monologo tra lo scrittore e il suo cuore, il suo demone, il suo pene? Mogli che si stufano senza avere tutti i torti, figli che ti mandano a quel paese, per fare un paio di esempi banali. Niente da fare: la passione non si incrina, nessuno la mette in discussione con delle motivazioni non squallide, non ciniche, ma valide, intelligenti, degne di stima. E invece, in Moresco, la passione dell’io, il suo talento, il suo essere migliore di ciò che è fuori – elementi che la cultura romanzesca ha dissacrato da parecchio tempo – vengono presi sul serio, mai messi in discussione, stipulati come tragedia. Basta la distanza da sé, la carenza di ironia, a dare forma a qualcosa di tragico? Oppure il tragico presuppone l’esistenza di almeno due mondi, due ordini di pensiero, due leggi, entrambe con la loro profonda ragione di essere?
In Moresco non c’è tragedia perché non c’è l’altro. Un io, isolato nella sua interiorità, costretto a vagare in un mondo di “poveri, meravigliosi corpi di morti viventi buoni solo al pur emozionante gioco di attaccarsi tramite orifizi e sfinteri ad altri corpi di morti viventi”, in un mondo di materie corporee psicofisiche ridotte a ectoplasmi, non si scontra proprio con un bel niente. E un altro nome mai speso tanto impropriamente è quello di Dostoevskij, se non vogliamo dare del rimbambito a Bachtin, che lo considerava il massimo esempio della polifonia, del sostrato profondamente democratico del romanzo. Ed è per questo che la carrellata di scrittori che passano in Lo sbrego resta invisibile, opaca. Le varie telefonate che l’autore riceve – da parte degli scrittori in persona, con Teresa d’Avila che gli fa pure i complimenti – non illuminano un mondo, una storia delle idee e della letteratura che è necessariamente dinamica, diversa, contraddittoria. Sono centrifugate nel solito impasto monosapore. Servono da appigli perché l’autore possa ripercorrere ancora una volta la sua ultraconosciuta biografia, perché possa fare qualche considerazione sulla politica odierna, perché possa autodipingersi in veste pasoliniana: solo, ad attraversare la città notturna e disperata. Una birra in mano, si va a sedere sui gradini del Duomo, tra gli arabi, i sudamericani, i barboni, guarda scoppiare delle risse, vede un accoltellamento, un ragazzo sudamericano ammazzato. “Io mi trovo bene seduto per terra, là in mezzo. Non mi sento diverso. Mi sento più diverso quando mi capita di stare in mezzo alle persone che circolano attorno ai libri”. Siamo al fulcro del problema: Moresco si sente diverso dai letterati, che non stima, si sente diverso dalla piccola-borghesia omologata, ma si sente uguale a chi, realisticamente, è diverso da lui. È inutile sfoderare gli anni nel monolocale come garanzia di autenticità. Lo scrittore Moresco non è un extracomunitario arabo, non è un sudamericano accoltellato. Non è una di quelle donne a cui in “Lo sbrego” dedica un invito a rigenerarsi, e non è neanche l’Alfredino di Vermicino che, nel suo racconto apparso su “Patrie impure” (Rizzoli 2003), utilizza per gridare all’Italia quanto fa schifo. Chiarire la propria posizione nel mondo è necessario a scrivere dei libri onesti: altrimenti si mente, e la menzogna, unita a una totale mancanza di ironia e di distacco da sé, scivola naturalmente nel dannuziano.
Sul finale di “Lo sbrego”, però, il tono si alza per un istante. C’è una di quelle “visioni”, quelle immagini trasognate, che creano i brani più notevoli di un autore che, quando dimentica il personaggio con cui si è investito, lascia trapelare il meglio di sé. Lo scrittore si allontana dagli extracomunitari ubriachi da cui non si sente diverso, e va di fronte alla vetrina di una libreria. Lì scorge le sagome cartonate degli autori più venduti del momento. Le sagome prendono vita, mentre una ragazza rifà loro il trucco. Purtroppo, finita la visione, la polemica torna, e non è esattamente alta: con chi se la sta prendendo, con De Carlo, con Paulo Coehlo? Ma ci aspetta un segreto: la truccatrice di sagome, che di nome fa Esterina, gli mostrerà delle sagome nuove ammassate nel retro della libreria. Ritraggono quegli scrittori che “magari vendono meno ma sui quali si può scommettere, quelli che domani, forse, venderanno di più oppure faranno comunque catalogo, finiranno magari nelle storie della letteratura, nei dizionari degli autori...”. È inutile aggiungere che tra queste sagome compaiono gli amici di Moresco, di cui buona parte estratti da “nazione indiana”. è inutile aggiungere che lui si schiferà, quando vedrà se stesso tra le sagome cartonate. Correrà fuori, chiamerà tutti gli altri a raccolta, perché fuggano da quella gabbia, per spargersi per le strade, liberi, come un gruppo di cani. “Grande, solo, lanciato, indipendente, sovrano”: è questa l’ultima immagine che Moresco ci regala di sé.